You are here:   Home Interviste Cinema Intervista a Kurosawa Kiyoshi

Intervista a Kurosawa Kiyoshi

Wednesday, 01 November 2006 00:00 Giuseppe Sedia Interviste - Cinema
Print

Intervista svoltasi durante la seconda edizione di Dongfang - Il cinema dell'estremo oriente. a Napoli, nell'ottobre 2006.

Nato a Kobe, Hyogoken, nel 1955, Kurosawa Kiyoshi si è laureato in sociologia alla Rikkyo University. Inizia la sua attività di filmmaker realizzando da studente lavori in 8 mm che gli fanno vincere un premio al Pia Film Festival nel 1980. Dopo aver lavorato come aiuto regista per Hasegawa Kazuhiko e Somai Shinji, Kurosawa fa il suo debutto alla regia nel 1983 con Kandagawa Wars. Negli anni successivi si impegna a realizzare produzioni di genere per il mercato video come The Excitement of the Do-Re-Mi-Fa Girl e The Guard from the Underground. Nel 1992 Kurosawa viene premiato al Sundance Institute Scholarship per la sceneggiatura di Charisma e si reca negli Stati Uniti. A partire dal 1995 realizza diverse serie di film come Suit Yourself or Shoot Yourself. Nel 1997 scrive e dirige Cure che ottiene riconoscimenti in tutto il mondo, mentre nel 2001 vince il Fipresci a Cannes con l'horror Kairo.

La sua figura è nota al pubblico occidentale soprattutto per Cure (1997) e Kairo (2001), due pellicole che la critica ha ricondotto al filone psycho-horror. Lei si ritrova con questa attribuzione di genere?

Mi trovo abbastanza d'accordo con questa definizione. Anche se in realtà per Cure sarebbe piu corretto parlare di psycho-thriller. Lo stesso Kairo non è quello che definirei un horror nel senso tradizionale del termine.

Dai freaks di Tod Browning passando per gli zombie di Robert Rodriguez, il cinema dell'orrore occidentale ha sempre esibito la presenza di un Corpo, mutilato lacerato o in ogni caso sofferente. Nel suo cinema invece lo sgomento sembra nascere dall'assenza più che dalla presenza di questo corpo...

Si è vero. Per esempio nel mio cinema il corpo inteso come presenza fisica non ha la stessa rilevanza che nel cinema dell'orrore occidentale. Penso alla quasi totale assenza di sangue nei miei film.

L'oggetto del suo cinema potrebbe allora configurarsi come corpo assente sublimato nella presenza del soprannaturale in opposizione a un corpo presente che Roland Barthes ha assimilato a quello del burattino-feticcio occidentale...

Qualsiasi regista troverebbe più facile catturare l'attenzione dello spettatore scegliendo di rappresentare la morte fisica. Più che dalle viscere di un corpo che si materializzano nel loro orrore, mi sento piuttosto attratto dalla rappresentazione di quella "morte invisibile" e trascendente che incombe nella sua attesa come minaccia inevitabile per i personaggi.

Ho riscontrato che lei ricorre spesso a carrellate molto lente per introdurre le scene come per esempio in Korei (2000). E anche quando il terrore si è finalmente manifestato sullo schermo, i movimenti di macchina non sono mai così vistosi come per esempio nel cinema di Mario Bava o John Carpenter...

Il mio stile è molto diverso da quello dei registi che hai citato per i quali non nascondo comunque la mia ammirazione. La ragione per la quale le mie regie durano sempre una decina di minuti in più rispetto alla media del genere è dovuta proprio a questa lentezza delle inquadrature. Una lentezza probabilmente radicata nella cultura visiva del mio paese e che mi permette di elaborare in maniera più credibile l'ambientazione e il materiale che compongono le mie storie.

Durante gli anni della sua formazione universitaria a Tokyo lei ha avuto l'opportunità di seguire le lezioni di Hasumi Shigehiko, uno studioso di cinema poco conosciuto e quasi per nulla tradotto in occidente. Che ricordi conserva dei suoi insegnamenti?

Ho molti ricordi legati a questa fase della mia vita. In quel periodo la tecnologia video non era ancora diffusa, lui ci indicava quali film andare a vedere in sala e la settimana successiva ci chiedeva di parlare delle pellicole che avevamo visto chiedendoci di concentrarci solo sulla realtà dispiegata sullo schermo. E non gli interessava affatto che noi gli parlassimo di ciò che andava oltre il campo del visibile. Ci chiedeva di riconoscere le forme geometriche ricorrenti nelle pellicole di Hitchcock per esempio. Ma era soprattutto un grande esperto del cinema di Ozu Yasujiro: una volta ci fece notare come Ozu non inquadrasse mai le scale per descrivere in un ambiente interno il passaggio da una stanza all'altra. Grazie a quelle lezioni la mia visione del mezzo cinematografico è cambiata radicalmente.

I lungometraggi che ha girato si avvalgono molto spesso delle interpretazioni di Yakusho Koji. Aveva già conosciuto l'attore quando il compianto Imamura Shoei lo diresse in Unagi?

Adesso non ricordo molto bene. Credo di averlo conosciuto di persona nel 1997, proprio qualche mese dopo le riprese di quel film.

Hai mai pensato di cimentarsi con un registro pìu leggero, magari lavorando alla stesura di una commedia, oppure di praticare la possibilità diametralmente opposta di girare uno shomingeki?

Nel film Doppelganger (2004), che vede protagonista ancora Yakusho Koji, sono presenti alcune situazioni da commedia. Personalmente sono convinto che la commedia sia un genere molto più difficile dell'horror, per esempio; nel primo caso gli aspetti tecnici del cinema passano in secondo piano rispetto alla sensibilità personale del regista. A ogni modo, anche se dovessi girare un dramma urbano, sono convinto che non potrei non partire dalla realtà sociale e dal tempo in cui vivo.

Cosa ne pensa del remake americano del suo Kairo, diretto da Jim Sonzero?

Certo mi piacerebbe vederlo. Ho contattato la produzione del film, ma mi hanno impedito di vederlo prima della sua uscita nelle sale [il film non è ancora uscito sul mercato giapponese. ndr].

sitemap
Share on facebook