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Human Flow, documentario di Ai Weiwei

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Human Flow (2017)Sessantacinque milioni di persone in fuga dalla loro terra d'origine, ventitré Paesi nel mondo in cui cercare una nuova casa e quaranta, immensi, campi profughi per raccontare uno dei più importanti fenomeni sociali e umanitari del nostro tempo. Sono questi i numeri che danno vita al nuovo documentario di Ai Weiwei, artista, designer, attivista e documentarista di origini cinesi, trasferitosi in Europa da alcuni anni, dove ha saputo affermarsi come uno degli artisti asiatici più apprezzati (Semi di girasole è uno dei suoi lavori artistici più conosciuti).

La sua nuova opera, presentata in concorso alla settantaquattresima Mostra del Cinema di Venezia, è tanto ambiziosa quanto rischiosa. Human Flow nasce infatti con l'intento di raccontare i fenomeni migratori nel mondo, utilizzando il mezzo cinematografico come strumento di diffusione per raggiungere più spettatori possibili. "Se avessi realizzato un'installazione di arte visiva su questo tema, il risultato sarebbe stato di sicuro molto diverso," dichiara il regista cinese. "Quello che mi interessava, in questo caso, era raccontare a più persone possibili le dinamiche dei flussi migratori avvenuti negli ultimi anni e solo grazie al cinema ho potuto ottenere una diffusione così ampia." In questo modo, il flusso umano delle migrazioni dà vita a un documentario fluviale della durata di ben due ore e venti minuti. Una testimonianza preziosa, non solo di arricchimento culturale, ma anche di cultura cinematografica grazie alla potenza visiva di tantissime sequenze generate dall'occhio cinematografico di Ai Weiwei. Il grande problema della pellicola, però, risiede nella sua lunghezza e nella pretesa di voler raccontare il maggior numero possibile di fenomeni migratori, finendo inevitabilmente per trascurarne molti (non v'è traccia nel film delle tantissime migrazioni umane avvenute nella terra d'origine del regista, la Cina) o per trattarne tanti altri con uno sguardo piuttosto rapido e superficiale (come nel caso delle migrazioni nel continente centro e sudamericano). Ampio spazio è dato invece alla situazione europea, con sequenze molto significative sia a livello visivo che emotivo, soprattutto negli spezzoni girati nella parte settentrionale della Grecia, al confine con lo stato macedone. Ai Weiwei emoziona lo spettatore nel momento in cui sposta la macchina da presa al livello dei migranti e li racconta restituendoci tutta la drammaticità della loro esistenza. Il guado di un fiume in piena da parte di migliaia di persone in fuga verso la Macedonia è una delle sequenze più potenti e struggenti dell'intera opera. Troppo spesso però Ai Weiwei sembra distaccato e didascalico nella narrazione, abusa delle riprese aeree realizzate tramite l'utilizzo di droni (posizionate in apertura, chiusura e in diversi altri momenti della narrazione filmica) e pone sé stesso davanti alla macchina da presa troppe volte, finendo per rendere quasi grottesco il suo nobile intento (la sequenza in cui scambia scherzosamente il suo passaporto con un richiedente asilo è una delle trovate meno riuscite dell'intero film). Human Flow diventa così una testimonianza preziosa su uno dei fenomeni sociali più importanti della nostra attualità, ma allo stesso tempo mette in luce una serie di grandi difetti stilistici nella scelta dei temi da trattare e, soprattutto, nella selezione di immagini da presentare allo spettatore. Alla fine della proiezione si esce dalla sala con l'idea che con un montaggio più selettivo e una panoramica non così ampia e dispersiva del fenomeno migratorio, Human Flow avrebbe potuto essere uno dei grandi film del nostro tempo. Il film uscirà per 01 Distribution nelle sale italiane in occasione della Giornata nazionale della memoria e dell’accoglienza (3 ottobre).

 

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