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Radiance (2017)

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Radiance (2017)A vent’anni di distanza da quel Moe no suzaku che le era valso la Caméra d'or, e dopo aver presentato a Cannes alcune delle pellicole che l’hanno lanciata a livello internazionale, come The Mourning Forest (Mogari no mori, 2007), Kawase Naomi torna in concorso con Radiance (Hikari), un titolo che, almeno a giudicare dagli applausi in sala, potrebbe ambire a qualche riconoscimento nel palmares. Il film racconta la storia di Misako, giovane giapponese che di mestiere compone descrizioni audio dei film. Durante una di queste proiezioni, la ragazza incontra un famoso fotografo che sta perdendo la vista: il titolo del film di Kawase sta proprio a indicare il sorgere di un sentimento tra un uomo che sta smarrendo la possibilità di cogliere la luce, e una giovane donna che sta cercando la propria.

Hikari conferma il percorso intrapreso da Naomi Kawase con il precedente Le ricette della signora Toku (An, 2015). È evidente, infatti, che il successo di quest’ultimo ha spostato l’attenzione di Kawase verso un pubblico diverso, da sala più che da festival (e questo, di per sé, può non essere un male). Da qui, dunque il ricorso a una sorta di racconto poetico, delicato e accessibile, costruito attraverso chiavi metaforiche costantemente esplicitate. In Le ricette della signora Toku erano i ciliegi del film a richiamare quella precarietà delle cose e dell’esistenza che è connaturata da sempre alla poetica di Kawase. Qui lo stesso ruolo viene assunto dai tramonti, protagonisti delle tre scene principali del film. Proprio nel sole che scompare all’orizzonte e nella luce che cala progressivamente, infatti, vedenti e non vedenti - reali e metaforici - trovano una condizione comune. Il loro diviene un unico sentire, con le percezioni che si assimilano e gli scogli emotivi che divengono ostacoli superabili. La natura, come sempre, non rimane testimone inerte, ma partecipa a questi momenti di deriva esistenziale, anche grazie a una messa in scena che alterna il primissimo piano dei personaggi al dettaglio paesaggistico. Se questa parte, nel suo sentimentalismo, risulta inquadrabile nel tentativo di drammatizzare e rendere popolare un cinema che nasce come sperimentale, è su un altro versante che l’operazione non convince. Ovvero, nel tentativo di costruire un’impalcatura vagamente teorica sul mélo, portando nella narrazione il cinema stesso – un film che deve essere tradotto a parole, per un pubblico di non vedenti – e mettendo in gioco anche l’immagine fissa – il protagonista maschile, un eccellente Nagase Masatoshi, prima di perdere la vista era un fotografo. È chiara l’intenzione di costruire un discorso sul visibile tutto giocato sul paradosso, a partire da quello che vive la giovane protagonista, chiamata a un lavoro di traduzione quasi impossibile – dalle immagini alle parole -, e guidata in questo da un gruppo di non vedenti che le danno indicazioni e suggerimenti. Un apprendimento che le insegnerà ad affidarsi ad altre percezioni, tattili, e uditive, sino a quel momento inesplorate. Tuttavia le questioni forse più interessanti, legate al visibile, e al valore e all’utilità delle immagini in un mondo che ha sempre più difficoltà a guardare, vengono ridotte a una mera questione narrativa. La forma non è che grazioso ornamento, in questa ode della luce e della diversità.


paese: Giappone
anno: 2017
regia: Kawase Naomi
sceneggiatura: Kawase Naomi
attori: Nagase Masatoshi, Misaki Ayame, Kanno Misuzu, Fuji Tatsuya, Koichi Mantaro

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