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Ultimi aggiornamenti

Zodiac Mystery, The (2012)

zodiac_mystery_0Dopo Bliss (2006), passato al festival di Locarno, e alcuni documentari sulla scena rock cinese, Sheng Zhimin torna con il suo primo film di genere, prodotto da Fruit Chan, per il quale aveva in passato lavorato. The Zodiac Mystery, nelle intenzioni, voleva essere un nuovo punto di partenza per i thriller cinesi, ma si dimostra solo un patchwork pretenzioso e confuso, soggiogato a una sceneggiatura pasticciata, con riferimenti schizofrenici, che da Dieci piccoli indiani si dipanano a pescare a casaccio in ogni direzione.

 

After School Midnighters (2012)

after_school_midnighters_0Un concentrato di animazione digitale impazzita per l'esordio nel lungometraggio di Takekiyo Hitoshi: allargando il concetto del precedente corto in motion capture After School Midnight (2007), After School Midnighters si rivela un'avventura orrorifica fuori controllo, con personaggi strampalati, situazioni surreali, humor nero e colori notturni. La trama si contorce presto su se stessa, e il target risulta contraddittorio, con l'ambientazione alle elementari che si mescola a un umorismo raffinato di probabile difficile interpretazione per i più piccoli, ma Takekiyo gestisce l'insieme con divertimento bizzarro, capace di elaborate invenzioni e continui scarti nel non-sense.

 

Blood is Dry (1960)

blood_is_dry_0Con il suo secondo film in casa Shochiku, Yoshida Yoshishige si allontana dal filone imperante dei conflitti generazionali, snodo del precedente Good for Nothing (1960), e si addentra nella realtà plumbea del capitalismo rampante giapponese: compagnie di assicurazioni, pubblicitari, giornali scandalistici e opportunità negate di lavoratori svuotati all'interno di compagnie-famiglia combattono una lotta tentacolare per conquistarsi il favore dell'"opinione pubblica", il nuovo miraggio motore dell'economia. In un bianco e nero livido, con movimenti di macchina trattenuti e una colonna sonora inclazante, Blood is Dry distrugge dall'interno il mito della modernità quale progressivo orizzonte di affermazione individuale, svelando la sua natura di ingranaggio pronto a fagocitare miti.

 

Sunshine Boys (2012)

sunshine_boys_0Dopo il cortometraggio Ten Million, parte del progetto collettaneo Short! Short! Short! (2010), e l'horror autoriale sottotono The Pot (2008), Kim Tae-gon torna con un piccolo film dal sapore indipendente sulla crescita, l'amicizia e il desiderio d'amore. Sunshine Boys fa riunire tre ex compagni di scuola a un anno dal diploma, durante un incontro di due giorni con uno di loro, nel frattempo partito per il servizio di leva. Nonostante lo snodo drammatico (la consegna di una lettera della fidanzata del novello soldato) sia continuamente rimandato, il film mantiene salda la sua visione minimale, e riesce a coinvolgere con dialoghi asciutti, uno sguardo sereno sul momento di passaggio all'età adulta, con il suo portato di aspirazioni e delusioni, e l'alchimia naturale tra i tre protagonisti, perfetti nel loro compassato contegno - non a caso premiati con un riconoscimento collettivo per il miglior attore nella sezione Korean Cinema Today del Busan International Film Festival.

 

Good-for-Nothing / Rokudenashi (1960)

good_for_nothing_0In risposta al nascente successo della televisione e al riscontro di pubblico dei film storici violenti prodotti da Toei e sulla nuova gioventù della Nikkatsu, anche la tradizionalista Shochiku cerca di sperimentare strade inedite, dando spazio a giovani assistenti alla regia: apripista fu Oshima Nagisa con A Street of Love and Hope (1959), seguito da Shinoda Masahiro  con One Way Ticket to Love (1960) e dall'esordio di Yoshida Yoshishige, che fin dal titolo, Rokudensahi ("buono a nulla"), moltiplicato a schermo nei titoli di testa, gridava tutta la sua rabbia nichilista. Appartenente al filone taiyozoku ("tribù del sole"), decrive giovani rampanti che eludono le tradizioni sociali giapponesi per gettarsi nell'edonismo individualista portato del crescente successo economico nazionale, punto di rottura non solo tematico, ma anche formale: con eleganti movimenti di macchina e una cura sorprendente per la disposizione delle luci e la composizione delle inquadrature, Yoshida imprime un salto che fa pensare a Fino all'ultimo respiro di Jean-Luc Godard, uscito solo qualche mese prima nei cinema francesi, e che è cardine del suo progresso stilistico culminato in Eros + Massacre (1969).

 

Egg and Stone (2012)

egg_and_stone_0Esordio nel lungometraggio consapevole e maturo per la giovane regista indipendente cinese Huang Ji, classe 1984, laureata in sceneggiatura della Beijing Film Academy. Egg and Stone (Jidan he shitou) costruisce la sua storia opprimente a partire dalla composizione meticolosa dell'inquadratura, con un'attenzione per i particolari che dall'apparente manierismo si dimostra invece fulcro della messa in scena, in grado di comunicare le peculiarità del mondo interiore dei protagonisti. La macchina da presa fissa e il montaggio ritmato creano un contrasto con le modalità narrative ermetiche, che si prendono il loro tempo per esporre il contesto, di cui si rimane inizialmente all'oscuro.

 

Mai Ratima (2012)

mai_ratima_0Esordio alla regia per il divo Yoo Ji-tae, attore noto almeno dai tempi di Old Boy (2003), dopo una manciata di corti. Nel trattare le disavventure di un'immigrata in Corea, tema attuale ma poco considerato nell'imperante rincorsa al glamour dell'industria cinematografica locale, a esclusione di una manciata di film come Failan (2001) o Bandhobi (2009), Yoo rimane sospeso tra venature sentimentali e stretto realismo. Storia di dolore e speranze disilluse, Mai Ratima, dal nome della protagonista, ha guizzi di regia ricercata, con calibrati movimenti di macchina o effetti di montaggio complessi, in contrasto con il sapore documentario che vorrebbe avere la storia. Nonostante l'estetizzazione dimessa di alcune scene, il film conserva comunque asperità fugaci in grado di colpire.

 

Painted Skin: The Resurrection (2012)

painted_skin_2_the_resurrection_0Dopo l'inatteso successo di Painted Skin (Gordon Chan, 2008), ecco l'immancabile reprise, questa volta diretto dall'estroso Wuershan: il budget aumenta, tornano gli stessi attori, a esclusione di Donnie Yen, ma in ruoli diversi, e si amplifica l'orizzonte di una commistione tra fantastico, storico e melodrammatico dai toni sempre più brarocchi e frastornanti. Il cuore di una doppia storia d'amore tragico è infatti ricoperta da una glassa stratificata di effetti digitali in cgi roboanti, ralenti insistiti, musiche mielose, visuali spericolate, inquadrature prospettiche sbilenche e un sano gusto per l'esagerazione più caciarona. Painted Skin: The Resurrection, anche noto più semplicemente come Painted Skin 2, si salva solo grazie alla genuina propensione allo stupore della messa in scena e alla professionalità dei protagonisti, ma è costretto a cedere sotto l'onda montante della sua grandeur fuori controllo.

 

Azooma (2012)

azooma_0Lee Ji-seung è stato tra i produttori di successi che vanno da Sex is Zero (2002) a Tidal Wave/Haeundae (2009): per il suo esordio alla regia sceglie un thriller su una donna che decide di vendicare da sola la violenza subita dalla figlioletta, dopo esser stata abbandonata da autorità e polizia. Nonostante la struttura articolata, che prevede l'intersezione di diversi piani temporali a scompaginare la narrazione, e la frontalità adottata (il montato finale è sotto l'ora e venti, inusuale per un film coreano), Azooma rimane didascalico, tanto più inespressivo e inerte quanto più urlato, spudorato nello sfruttare un tema complesso per esacerbare la commozione del pubblico, che non è comunque in grado di gestire.

 

Another (2012)

another_0Da un corposo romanzo di Ayatsuji Yukito uscito nel 2009, riedito nel 2011 in versione illustrata da Ito Noiji, sono stati tratti un manga in quattro volumi (2010), una serie animata in dodici episodi, andata in onda nella prima parte del 2012, e ora un live action, uscito nelle sale giapponesi a inizio agosto. Another è un prodotto cross-mediale completo, cui manca probabilmente solo l'approdo ai videogiochi, ha il setting usuale di molti teen-horror giapponesi - le aule scolastiche. In questo caso una antica maledizione torna a tormentare un ragazzino di salute cagionevole, trasferitosi nella scuola un tempo frequentata dalla madre. L'atmosfera inizialmente colma di misteri, più attenta alle interazioni sociali nel contesto scolastico che a banali tattiche di spavento, scolora progressivamente sotto i colpi di una mole farraginosa di coincidenze, ritorni ed escamotage sovrannaturali.

 

Land of Hope, The (2012)

land_of_hope_0Dopo il grido lacerante di Himizu (2011), Sono Sion torna a ragionare sul disastro di Fukushima con un film complesso e sfaccettato, aperto tanto alla speranza del titolo, quanto alla rabbia e alla disperazione. Ispirato a testimonianze raccolte sul campo, The Land of Hope non è però un documentario, tanto che preferisce costruire un evento immaginario, slegato dalla cronaca, ma proprio per questo dal sapore ancora più universale. Inizialmente l'impostazione è classica, ma proprio come in Be Shure to Share (2009) i richiami a un cinema strettamente narrativo, dalla messa in scena rigorosa, si sfaldano in deragliamenti lancinanti: l'apparente compostezza si frantuma di fronte al montare dell'inquietudine, della paura, della paranoia. Cullati dalle note crepuscolari di Mahler, i personaggi seguono correnti diverse, non univoche, ciascuno preda di un istinto di conservazione che trova uno sbocco solo nella condivisione e nell'amore di chi sta loro più vicino.

 


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