Da un libro di Yan Geling, Zhang Yimou trae un commovente blockbuster, tra i più costosi film della storia cinematografica cinese, che rievoca le atrocità dell'occupazione di Nanchino da parte dei giapponesi partendo dal microcosmo che gravita intorno a una chiesa, suo malgrado rifugio per studentesse, cortigiane e un tanetoesteta sotto le mentite spoglie di un prete. Ricordo di atti disumani ancora oggi vivo, il massacro avvenuto nel 1937 è stato ritratto al cinema innumerevoli volte, come nel recente, toccante City of Life and Death di Lu Chuan (2009): The Flowers of War, pur concentrato su un caso particolare, trova la giusta prospettiva per esportarlo a una platea internazionale, grazie anche alla presenza di Christian Bale come protagonista.
Commedia dai toni amari che riprende lo scontro tra tradizione e occidentalizzazione nel Giappone industrializzato per trasferirlo alla relazione tra un salaryman maturo e una giovane moga (contrazione di "modern girl"). Masumura Yasuzo prende nuovamente spunto da Tanizaki Junichiro, privilegiando in questo caso toni scanzonati, e mette in scena un'ossessione amorosa che passa dalla dominazione alla sottomissione in un concentrato di colori, suoni e movenze sixties.
Melodramma raffinato ispirato a una novella di Yoshida Genjiro, autore di inizio Novecento quasi per niente tradotto in occidente. In un bianco e nero spietato, Masumura Yasuzo segue l'insolita passione tra una donna perduta e il giovane prediletto di una piccola comunità rurale. L'impostazione classica, dominata dalla colonna sonora sontuosa e dai toni tragici, non impedisce affondi in un lirismo traboccante sensualità decadente. Le esasperazioni tipiche del genere, tenute sotto controllo dai dialoghi essenziali pennellati da Kaneto Shindo, si fondono al ritratto vivido della malignità intrinseca in un villaggio isolato, preda di dicerie e malelingue. Seisaku's Wife è un viaggio intenso nelle derive dell'amore costretto alla marginalità, fino a rasentare la follia.
Dopo l'esordio nel 1956 di Nakahira Ko con Crazed Fruit/La stagione del sole, nel 1957 è il turno di Masumura Yasuzo, che porta una tempestuosa ventata nuova nell'angusta formula delle storie giovanili tradizionali. E il cinema giapponese non sarà più lo stesso: la strada è aperta per gli Imamura Shohei, Oshima Nagisa, Yoshida Yoshishige, Shinoda Masahiro - che in una manciata di anni rivoluzionano tematicamente e tecnicamente le modalità di messa in scena e di rappresentazione del Giappone in quella "noberu bagu" che ha segnato un punto di rottura insopprimibile rispetto al passato. Kisses è una solare commedia romantica girata con stile sfrontato e un'impellenza tracimante, in grado di sovvertire le basi della tristezza pauperista del secondo dopoguerra in una urgente sete di vita e amore che, già di per sé, è in contrasto con l'immobilismo imperante.
Sotto l'ala protettiva di Ning Hao, qui produttore, il secondo lungometraggio di Cheng Er dopo l'elaborato Unfinished Girl (2007) è una nuova rilettura del cinema di genere dallo stile raffinato. Intersecando piani temporali e spaziali, Lethal Hostage frammenta un'apparentemente semplice storia di criminali e poliziotti in un dedalo di rimandi dal sapore nostalgico e dalle tonalità cupe, che non ha paura di mescolare inquadrature ricercate con spasmi di violenza primordiale.
|
Da un romanzo di Kajiyama Sueyuki, ulteriore discesa di Masumura Yasuzo nell'oscuro mondo del marketing e dello spionaggio industriale dopo Giants and Toys (1958). Questa volta il settore è quello automobilistico, e i toni meno sincopati, più plumbei, come si tratti di un film di spie da guerra fredda, virato noir: lo sottolineano il bianco e nero ruvido della fotografia e la minuziosa composizione delle inquadrature, che sfruttano il cinemascope a tagliare i corpi e la profondità di campo in spazi sempre angusti per approfondire il senso di continua cospirazione. Lo stile è più composto e classico rispetto ad altri exploit di Masumura, a rimanere è la critica dirompente al materialismo e la lucidità nel descrivere un mondo senza pressoché eroi.
Da uno dei primissimi racconti di Tanizaki Junichiro (Il tatuaggio/Shisei, 1909), Masumura Yasuzo trae un film fibrillante e spietato, immerso in un simbolismo morboso, pregno di una violenza non solo fisica nel descrivere i rapporti di forza tra le classi e i sessi. Irezumi indaga gli sconfinamenti che si instaurano tra l'atto di possedere e l'essere posseduto, tra pulsioni predatorie e annullamento nella sottomissione, trasformando l'oggetto del desiderio - la donna nella sua incarnazione demoniaca, come da fantasia maschile - in un soggetto autonomo di vendetta. Tra erotismo soffuso e sangue, un'opera ambigua, squilibrata, affascinante.
Masumura Yasuzo - precursore della nouvelle vague giapponese dallo stile fiammeggiante - presenta spesso figure marginali che scardinano individualmente le regole costituite, più per necessità che per scelta consapevole. A Lustful Man è una commedia in costume dall'incedere sostenuto ed episodico che segue le disavventure amorose di un Candide donnaiolo impenitente, innamorato della vita, e quindi delle donne. Critica arguta e ironica della società gerarchica e grettamente materialista, il film si scaglia contro la casta dei samurai, la religione, i mercanti abbienti e i proletari arresisi alla povertà, ovvero l'insieme della società, rea di una mercificazione del piacere e della spiritualità che rende l'esistenza tetra, plumbea, priva di gioia. La soluzione è un edonismo ridanciano e sbarazzino, basato però sul principio di solidarietà e innocenza: il protagonista ha amato e concupito centinaia di donne, ma con ciascuna rimane onesto, fino alla testardaggine, tanto che la parata di conquiste si trasforma in un inno alla liberazione della donna dai fardelli sociali più opprimenti.
Nell'esplorare le strade di redenzione e vendetta, sempre intimamente legate al dolore e alla violenza, Kim Ki-duk torna a un cinema viscerale che resetta il vicolo cieco del manierismo simbolico di Dream (2008) e guarda invece a quell'intersezione malsana tra l'illuminazione spirituale di La samaritana (2003) e la disperazione frastornante di Bad Guy (2001). Dopo la crisi personale e artistica, durata alcuni anni, e dopo il ritorno sulle scene con l'intimo Arirang, premiato nella sezione Un Certain Regard di Cannes nel 2011, Kim Ki-duk vince il Leone d'Oro a Venezia con un film lontano dalle sue vette passate, ma di nuovo consapevole delle proprie virtù affabulatorie.
Omnibus di fantascienza che propone scenari apocalittici da fine del mondo tra il provocatorio e il grottesco. Tre cortometraggi indipendenti tra loro da due registi affermati, dal più conosciuto Kim Ji-woon (Il buono il matto il cattivo) a Yim Pil-sung (l'horror Hansel & Gretel). Come insito in questo gennere di progetti, la qualità varia da segmento a segmento, ma rimane in assoluto un senso di incompiutezza e vacuità non redento dalle eventuali singole intuizioni.
|