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Ultimi aggiornamenti

Emperor Tomato Ketchup (1971)

emperor_tomato_ketchup_0Parabola unica, quella di Terayama Shuji nel cinema nipponico. La sua figura va assegnata al girone degli iconoclasti come Fassbinder e Pasolini negli anni Settanta. Sebbene l’artista giapponese sia lungi dall’essere considerato un cineasta della domenica, l’ondata di riconoscimenti postumi non è ancora arrivata dal circuito festivaliero che conta. E forse è proprio la profilicità ad aver penalizzato il cinema intermittente di Terayama, messo in ombra da un’attività teatrale febbrile con la compagnia Tenjo Sajiki.

 

Transilvania International Film Festival 2013

transilvania_iff_2013_logoI grandi festival, quelli blasonati, sono noti: Cannes, Venezia, Berlino e pochi altri. Il Transilvania Film Festival ha poco da invidiare a questi giganti e anzi, dopo appena 11 edizioni, è da considerarsi a tutti gli effetti una di quelle kermesse che contano e di livello altissimo, così come testimoniato dall’accreditamento ufficiale della manifestazione da parte della FIAPF (Federazione Internazionale Produttori Cinematografici).

 

East Palace West Palace (1996)

east_palace_west_palace_0aSfidando senza mezzi termini censura e autorità cinesi, Zhang Yuan compone un film intenso, ricco di ambiguità e sfumature che, attraverso i racconti del protagonista, confondono e attraggono lo spettatore, lasciandolo fino alla fine in sospeso tra immaginazione e realtà.

 

Real (2013)

real_0Dopo cinque anni di esilio volontario dal grande schermo - un'eternità per uno stakanovista come Kurosawa Kiyoshi - occupati soprattutto dalla serie tv Penance (Shokuzai), transitata alla Mostra del cinema di Venezia nel 2012, il regista nipponico torna dietro la macchina da presa per Real, un’opera che è insieme sintesi di temi trattati e tentativo di rinnovare linguaggio e approccio. Benché si tratti della trasposizione di un romanzo - A Perfect Day for a Plesiosaur di Inui Rokuro - i temi sono quelli cari al regista e che caratterizzano così fortemente la sua poetica: lo studio dell'imperscrutabile mondo sospeso tra la vita e la morte, che Kurosawa ha avuto il coraggio di mettere più volte in scena nelle sue opere, e di quel limbo altrettanto misterioso che separa la realtà dal sogno, la parte cosciente da quella subcosciente di noi.

 

Why Don't You Play in Hell? (2013)

why_dont_you_play_in_hell_0Una guerra tra clan yakuza e la carriera stroncata di una bambina, figlia del boss di una di queste, protagonista dello spot di successo di un dentifricio. Dieci anni dopo cercheranno di rilanciare la bambina, ormai ragazza, in un film, affidato a un gruppo di giovani filmmaker nerd, i Fuck Bombers.

 

Festival del film di Locarno 2013

locarno2013_locandinaPrima edizione del festival elvetico sotto la guida di Carlo Chatrian. Già il concorso ha potuto vantare una buona rappresentanza orientale. Due giapponesi importanti, almeno sulla carta: Aoyama Shinji e Kurosawa Kiyoshi. Il primo, che già a Locarno aveva presentato Tokyo Koen due anni fa, ha portato un'opera decisamente anomala per la sua filmografia, Backwater (Tomogui), una storia scritta sull'acqua che richiama molto l'Imamura di The Eel e Warm Water Under a Red Bridge, un affresco della società giapponese di provincia negli anni Ottanta, al termine dell'Era Showa. Kurosawa invece, dopo gli strabilianti Tokyo Sonata e la serie Shokuzai, ha confezionato un lavoro decisamente minore con Real, un progetto sulla carta ambizioso – immerso in una dimensione onirica sospesa tra realtà e proiezioni della mente, che porta al climax della materializzazione di un plesiosauro – ma non all'altezza delle premesse.

 

No Blood No Tears (2002)

no_blood_no_tears_0Una tassista irascibile con un passato burrascoso, vessata al lavoro e fuori, con un marito che la lascia in un mare di debiti e nelle mani della mafia. La pupa di un gangster ed ex-pugile violento e misogino, presa a pugni e calci con qualsiasi pretesto. Un trio di delinquentelli ambiziosi, che punta a entrare nel giro della boxe clandestina. I loro destini si intrecciano in una scarica di botte che lascia una copiosa scia di sangue dietro di sé.

 

Our Sunhi (2013)

our_sunhi_0Sun-hi, studentessa di cinema, è al centro delle attenzioni di tre uomini: il suo ex, Mun-su, il suo professore, Choi, e il regista Jae-hak. Ma anche i tre uomini si conoscono e, inconsapevoli, parlano tra loro di Sun-hi; i dialoghi e i consigli finiscono così per ripetersi e intrecciarsi, fino a perdere di significato.

 

Wind Rises, The / Kaze tachinu (2013)

the_wind_rises_0Opera che spiazza, prima di tutto perché volutamente priva di quel potere affabulatorio che conquista fin dai primi minuti presente in ogni altro film del Maestro, il quale peraltro decide di realizzare in prima persona, come regista, un film scevro di ogni elemento fantasy, un’anomalia nella sostanziale suddivisione dello Studio Ghibli dove i film realistici venivano assegnati ad altri registi, come Takahata o Kondo. The Wind Rises (Kaze tachinu) abbandona qualsiasi dimensione fiabesca per adottare un approccio narrativo per l’autore inedito.

 

How to Disappear Completely (Filippine, 2013)

how_to_disappear_completely_0I film di Raya Martin, giovane e alquanto prolifico (in maniera che è quasi sospetta, per chi non è uso regalare buonafede alla fama festivaliera), non hanno mai brillato sinora per scelte di cosiddetta linearità narrativa. Di qui, la difficoltà a parlarne in maniera semplice, che li approcci partendo dalla loro storia, dal loto tema, dal loro argomento/argomentazione di base. How to Disappear Completely si distacca un po’ da queste caratteristiche, e mostra al contrario un Martin che sfoggia un certo gusto citazionista (proveniente dall’horror statunitense, soprattutto) e lo innesta sulla storia di una ragazzina che vive in una delle centinaia di isole delle Filippine, in una piccola comunità dove l’evasione è data solo per stordimento da alcool e gioco (la via che sceglie il padre), oppure per la trascendenza del ripetitivo gesto religioso (la via che sceglie la madre), chiusa tanto da stare stretta stretta alla ragazzina che ha già in partenza cuciti addosso episodi di (quotidiana?) cronaca nera famigliare. A questa storia si fondono quelle degli abitanti del villaggio isolano e isolato, della leggenda di una vecchia fantasmatica dai bianchi e lunghi capelli che si aggira nella foresta, e di una recita (teatrale) scolastica dopo la quale nulla sarà com’era prima.

 

Distant (2013)

distant_0Sede di uno dei porti più trafficati non solo della Cina, ma del mondo, il distretto di Zhenhai, nella città di Ningbo, qualche decina di chilometri a sud di Shanghai, ha visto cicli storici di trasformazioni radicali sconvolgerla profondamente durante i decenni: da villaggio di pescatori a porto di transito per la corona britannica, dall'occupazione giapponese alla guerra civile e al periodo ancora oscuro di una Cina chiusa in se stessa, fino a giungere agli ultimi vent'anni, quelli del boom economico, dell'esplosione della popolazione urbana, dell'aumento esponenziale del traffico di merci e persone. Questi sono i luoghi e gli anni in cui Yang Zhengfan, classe 1985, da Zhenhai, è cresciuto; questo il mondo che ha visto e conosciuto; questa la materia del suo lungometraggio di esordio.

 


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