È davvero strano, e non è la prima volta che lo scrivo, che una città come Napoli non abbia un festival annuale dedicato al cinema o alle culture asiatiche. È strano proprio per la grande tradizione di studio di quelle particolari aree geografiche che Napoli ha grazie alla sede dell’Università Orientale, la più antica d’Europa per questo specifico settore.
Lee Sang-woo non ha paura di tirare pugni nello stomaco, anzi sembra farlo in modo programmatico, tenendo al centro un discorso sull'implosione del nucleo familiare. Dopo il ritratto abusivo padre-figlio di Tropical Manila (2008) e quello livido dei genitori nel dittico Father is a Dog (2010) e Mother is a Whore (2010), Barbie si concentra su una coppia di sorelle ancora bambine, figlie di un uomo con ritardi mentali, pronte a essere vendute sul mercato nero a uno statunitense, con la complicità dello zio. Ne emerge un universo opprimente di povertà e disperazione, senza futuro, che all'innocenza di sguardo del mondo infantile oppone lo spietato nichilismo degli adulti. Lee non sovraccarica artificiosamente la tensione, anzi stempera lo sguardo con parentesi quotidiane di estrema dolcezza, e questo non fa altro che rendere ancora più insopportabili gli affondi.
Un esordio indipendente a basso costo diretto e non rifinito nella sua cruda urgenza, diffuso sotto l'egida del Pia Film Festival, da decenni fucina del nuovo cinema giapponese, che ha premiato l'opera con il Grand Prix. Oltre a dirigere, Kitagawa Hitoshi scrive, fotografa e monta una storia tra il thriller, la commedia e il grottesco su incomunicabilità, umano istinto di prevaricazione sui più deboli, solitudine e miseria. Con prevalenza di long take a macchina fissa e la sostanziale invarianza della location (i pressi di una diga dai contorni sfocati), Damn Life cerca di scavare sotto la patina di inconcludenza e bassezze di un gruppo di operai non specializzati che, nel ciclo di incomprensioni che li vede coinvolti, si trasformano da carnefici a vittime.
Samura Hiroaki, noto soprattutto per il seinen ad ambientazione storica L'immortale, raccoglie in volume unico una sfuggente miniserie e sei storie brevi, apparse su rivista tra il 2003 e il 2009. Dal registro comico a quello più sottilmente erotico, dalle minute divagazioni sulla quotidianità al western, si tratta di una collezione eclettica e altalenante, impreziosita dal tratto nervoso e ricco di sfumature del disegnatore.
Fukasaku Kenta, convinto fautore di una rilettura del cinema di genere in chiave pop, cambia apparentemente tenore con un film motivazionale, ispirato a una storia vera, su un gruppo di studenti universitari giapponesi che in piena solitudine decide di raccimolare i (tanti) soldi necessari a costruire una scuola in Cambogia. In realtà il taglio impegnato e realista, che segue con empatia le difficoltà, i ripensamenti, i malumori e le gioie degli amici impegnati nell'impresa, continua quell'indagine in filigrana sui giovani iniziato sottotraccia nella saga di Battle Royale (2000-3), o nei film più strampalati come X-Cross (2007) e Black Rat (2010), solo con intento formativo più evidente.
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Un bella iniziativa questo Takeaway China, che si è svolto dal 23 gennaio al 6 febbraio 2012 a Glasgow, in Gran Bretagna. Un festival indipendente che si propone di celebrare il cinema e la fotografia della Cina contemporanea. E ci riesce bene, con una bella selezione di pellicole, tavole rotonde e mostre presso il Centre for Contemporay Arts di Glasgow e il Glasgow Film Theatre.
Secondo lungometraggio da regista per la giovane attrice Koo Hye-sun - classe 1984, nota soprattutto per il ruolo di Jan-di nella serie Boys Over Flowers (2008) - dopo i pareri contrastanti sul suo esordio (Magic, 2010). In questo caso sceglie la storia di due gemelli siamesi uniti alla testa che si innamorano della stessa ragazza, mettendola in scena come una favola nera dal tono trasognato. L'intento non è la verosimiglianza, a partire dall'evidenza delle protesi utilizzate per dare l'illusione dell'unione dei due corpi, ma di parabola in grado di mettere in luce un dilemma morale, la cui drammaticità è irrobustita da dialoghi enfatici e dispiego di spleen esistenziale. La narrazione frammentaria e la scrittura criptica di personaggi e avvenimenti non facilitano la fruizione.
Lo chiamano Poongsan, perché è aggressivo e implacabile come un poongsan dog e perché fuma sempre sigarette Poongsan. È un uomo misterioso e silenzioso, capace di attraversare la DMZ che divide Nord e Sud della Corea in tre ore, anche solo per far passare dei filmati di anziani amanti separati dal filo spinato e desiderosi di vedersi, benché in video, un'ultima volta. Inviato per recuperare una donna del Nord e portarla al Sud, però, avviene l'imprevisto e tra i due comincia a farsi strada l'amore. Complicando ancor più la situazione.
Riadattando un racconto di Edogawa Ranpo, Maruo Suehiro si addentra nella psiche contorta di Hirosuke Hitomi, scrittore squattrinato ossessionato dalla realizzazione di una utopia paradisiaca in cui trovi sfogo la sua fantasia perversa. Con uno stile di disegno estremamente raffinato, caratterizzato dalla costruzione meticolosa delle inquadrature in tavole ariose e particolareggiate, Maruo precipita lentamente verso un'esplosione di costruzioni e soluzioni fantastiche al limite dell'onirico che mescolano spudoratamente eros e thanatos. Pur senza rinunciare agli slanci ero-guro per cui è noto, riesce a ricostruire alla perfezione le ambientazioni decadenti di inizio '900, cogliendo la sottile perversione delle storie di Edogawa sotto la patina di incubi gotici debitori di Edgar Allan Poe.
Esordio nel lungometraggio di Kobayashi Keiichi dopo pubblicità, video musicali e un paio di progetti in video, girato in un luminoso bianco e nero per cogliere le sfumature del presente che costantemente scolora nel passato. Un dramma adolescenziale minimale, in grado di costruire un microcosmo vibrante nella sua quotidianità spicciola, aperto allo stupore e alla scoperta del senso profondo dell'amicizia.
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