You are here:   Home

Ultimi aggiornamenti

Han Dong, METTERE RADICI (2003)

mettere_radici_han_dongPrimo romanzo lungo di Han Dong, tra i più influenti poeti cinesi contemporanei, che dall'inizio degli anni '80 ha costruito una carriera rigorosa e comunque eclettica, forte di uno sguardo sfaccettato sulla società cinese e le sue tante contraddizioni. In Mettere radici presenta la tragicomica cronistoria di una famiglia di intellettuali che durante la rivoluzione culturale viene trasferita da Nanjing/Nanchino alle campagne di Sanyu, nei pressi del lago Hongze, per essere rieducata dai contadini. Con tono distaccato e ironico, irto di umorismo nero e parentesi scatologiche, come quando si racconta delle difficoltà della famiglia a espletare le normali funzioni corporee in giardino, come gli altri abitanti del villaggio, Han Dong fa un ritratto insieme sognante e spietato di un periodo doloroso.

 

Comrade Kim Goes Flying (Corea del Nord, 2012)

comrade_kim_goes_flying_0La minatrice Yong-mi ha sempre coltivato il sogno nel cassetto di esibirsi al trapezio, sentendo di avere un talento innato per l'acrobazia. Il padre la dissuade e l'impatto con il mondo circense è drammatico, ma Yong-mi non si dà per vinta e, con l'aiuto dei colleghi della miniera di Pyongyang, lavora alacremente per realizzare le sue aspirazioni.

 

El Condor Pasa (2012)

el_condor_pasa_0Padre Park è molto affezionato a una ragazzina della sua piccola parrocchia, sola e abbandonata da tutti. Ma la tragedia incombe, quasi a presagire la morte della bambina, che avviene in circostanze misteriose. La sorella maggiore Soo-hyun viene quindi in contatto (e in conflitto) con il prete, condividendo con lui il dolore per una perdita inspiegabile.

 

Weight, The (2012)

weight_0Un mondo, quello di The Weight, dove i vivi si distinguono dai morti per il solo fatto di stare in piedi, o meglio, di respirare (a fatica, oltretutto). Non è il mondo ritratto nelle primissime immagini spensierate di alcune capitali straniere, no. Nel sottobosco di desolazione in cui i personaggi si aggirano impotenti, come bestie in cattività, nemmeno i corpi privi di vita sono esenti dalla colpa, e se non possono più infliggere dolore, possono senz’altro ancora subirlo, sebbene inconsapevoli oggetti di macabri rituali di perversione.

 

Zodiac Mystery, The (2012)

zodiac_mystery_0Dopo Bliss (2006), passato al festival di Locarno, e alcuni documentari sulla scena rock cinese, Sheng Zhimin torna con il suo primo film di genere, prodotto da Fruit Chan, per il quale aveva in passato lavorato. The Zodiac Mystery, nelle intenzioni, voleva essere un nuovo punto di partenza per i thriller cinesi, ma si dimostra solo un patchwork pretenzioso e confuso, soggiogato a una sceneggiatura pasticciata, con riferimenti schizofrenici, che da Dieci piccoli indiani si dipanano a pescare a casaccio in ogni direzione.

 

Mai Ratima (2012)

mai_ratima_0Esordio alla regia per il divo Yoo Ji-tae, attore noto almeno dai tempi di Old Boy (2003), dopo una manciata di corti. Nel trattare le disavventure di un'immigrata in Corea, tema attuale ma poco considerato nell'imperante rincorsa al glamour dell'industria cinematografica locale, a esclusione di una manciata di film come Failan (2001) o Bandhobi (2009), Yoo rimane sospeso tra venature sentimentali e stretto realismo. Storia di dolore e speranze disilluse, Mai Ratima, dal nome della protagonista, ha guizzi di regia ricercata, con calibrati movimenti di macchina o effetti di montaggio complessi, in contrasto con il sapore documentario che vorrebbe avere la storia. Nonostante l'estetizzazione dimessa di alcune scene, il film conserva comunque asperità fugaci in grado di colpire.

 

Your Time is Up (2012)

your_time_is_up_0Lee Seok-ho è stanco di provvedere al fratello Jin-ho, mantenuto e scialacquatore. Decide di dargli un ultimatum sull'ultimo prestito; per rispettare l'impegno Jin-ho deve recuperare i soldi da Hee-young, la prostituta di cui è innamorato, ambigua e circondata da soggetti assai poco raccomandabili.

 

Fatal (2012)

fatal_0La forza del cinema sudcoreano sta anche e soprattutto nel costante ricambio di autori. Forze fresche che si aggiungono alla nutrita truppa di registi da tenere d'occhio e che mostrano ben presto di saperci fare a livello tecnico e creativo. Fatal  è un esempio perfetto di questo fenomeno. Lee Don-ku è al debutto, ma ha già per le mani una storia che farebbe gola a diversi registi in circolazione. Le tematiche sono quelle care a una parte sempre crescente della cinematografia coreana: bullismo giovanile, una grave colpa nel passato, illusione di redenzione, possibile pietà, certezza di tragedia; dei topoi ormai ricorrenti.

 

Pluto (2012)

pluto_0Ormai Battle Royale (2000) è storia del passato: non è più un intervento diretto della società a spingere i giovani a una letale lotta per la sopravvivenza, sono gli studenti stessi a innescare un gioco al massacro per scoprirsi finalmente superiori ai compagni. Nel suo secondo lungometraggio dopo l'insolito Passerby #3 (2010), Shin Su-won abbandona la palude metacinematografica e illustra con stile contundente le estreme conseguenze del desiderio di primeggiare a ogni costo, in uno slancio individualistico che non ha più ancore di sostegno sociali - i genitori sono fantasmi assenti, mentre la struttura scolastica è interessata solo a mantenere la quiete.

 

After School Midnighters (2012)

after_school_midnighters_0Un concentrato di animazione digitale impazzita per l'esordio nel lungometraggio di Takekiyo Hitoshi: allargando il concetto del precedente corto in motion capture After School Midnight (2007), After School Midnighters si rivela un'avventura orrorifica fuori controllo, con personaggi strampalati, situazioni surreali, humor nero e colori notturni. La trama si contorce presto su se stessa, e il target risulta contraddittorio, con l'ambientazione alle elementari che si mescola a un umorismo raffinato di probabile difficile interpretazione per i più piccoli, ma Takekiyo gestisce l'insieme con divertimento bizzarro, capace di elaborate invenzioni e continui scarti nel non-sense.

 

Blood is Dry (1960)

blood_is_dry_0Con il suo secondo film in casa Shochiku, Yoshida Yoshishige si allontana dal filone imperante dei conflitti generazionali, snodo del precedente Good for Nothing (1960), e si addentra nella realtà plumbea del capitalismo rampante giapponese: compagnie di assicurazioni, pubblicitari, giornali scandalistici e opportunità negate di lavoratori svuotati all'interno di compagnie-famiglia combattono una lotta tentacolare per conquistarsi il favore dell'"opinione pubblica", il nuovo miraggio motore dell'economia. In un bianco e nero livido, con movimenti di macchina trattenuti e una colonna sonora inclazante, Blood is Dry distrugge dall'interno il mito della modernità quale progressivo orizzonte di affermazione individuale, svelando la sua natura di ingranaggio pronto a fagocitare miti.

 


Page 9 of 32
Share on facebook