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Cure (1997)

Tuesday, 15 November 2011 16:01 Giuseppe Sedia Film - Giappone
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cure_0Al di là di ogni -ismo, se c’è un genere che ha dimostrato una grande tenuta negli anni novanta è stato il serial killer movie. Un ciclo decennale cominciato idealmente con Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme chiuso con qualche anno di ritardo dallo splendido Memories of Murder (2003) di Bong Joon-ho, con il quale il genere sembra implodere in se stesso: nella pellicola sudcoreana i rozzi poliziotti vittime delle proprie nevrosi non riusciranno mai a portare termine l’indagine sul mostro del Gyeonggi. Una parabola che include anche due capolavori di metà decennio, quali Seven (1995) di David Fincher, e Cure (1997) di un allora sconosciuto Kurosawa Kiyoshi.

Quello che colpisce nel film del cineasta nipponico, è la totale assenza di una qualsiasi forma di catarsi neppure nel finale disturbante nella sua apparente banalità. Nessuna atrocità o mutilazione come nell’epilogo fincheriano in cui l’ispettore Mills ritrova la testa della propria moglie in una scatola. Takabe (Yakusho Koji) seduto in un bar ordina un caffè contagiando forse una cameriera con quell’istinto omicida che ha cercato di sradicare dal corpo malato di Mamiya uccidendolo. Il male in Kurosawa Kiyoshi è un fenomeno metafisico, impalpabile. L’obiettivo segue con insistenza la traiettoria della cameriera attraverso il ristorante, eppure, non c’è nessuna prova che il contagio sia avvenuto.
Il male non è identificabile in Kurosawa Kiyoshi, ma talvolta lo è la sua sorgente. In Pulse (2001) sappiamo che il virus proviene da una rete informatica. In Cure, invece, il regista nipponico recupera la teoria settecentesca dei fluidi magnetici di Franz Anton Mesmer. Ecco allora che il male genera angoscia perché non può essere rappresentato, ma soltanto suggerito dal comportamento delle vittime di Mamiya che uccidono senza un movente.
Inutile filmare da vicino un fenomeno che non può essere rappresentato e osservato a occhio nudo. La macchina da presa segue il male dalla distanza. Kurosawa Kiyoshi sembra reinventare, a tratti, la scala della ripresa del thriller. come nella splendida sequenza iniziale, girata tra le dune di sabbia della costa di Shirasato. Il regista segue qui il percorso di Mamiya e della sua prima vittima attraverso una lenta carrellata orizzontale mantenendo una distanza dai personaggi tutt’ora impensabile per il genere. A volte sembra che ci sia più Mizoguchi nella filmografia di Kurosawa Kiyoshi che in tutto il cinema giapponese dell’ultimo cinquantennio.


paese: Giappone
anno: 1997
regia: Kurosawa Kiyoshi
sceneggiatura: Kurosawa Kiyoshi
attori: Yakusho Koji (Takabe Kenichi), Nakagawa Anna (Takabe Fumie), Ujiki Tsuyoshi (Sakuma Makoto), Hagiwara Masato (Mamiya Kunio)



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