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Head (2011)

head_0Cho Un, al suo esordio nella regia, adotta il più plateale dei MacGuffin per vivacizzare un thriller d'azione che contrappone una giornalista tenace a un becchino/trafficante d'organi senza rimorsi. Il meccanismo scatenante della debordante caccia all'uomo incrociata è infatti il possesso della testa di un famoso scienziato coreano, depredata dal cadavere prima che giungesse al cimitero: i motivi di questo interesse rimangono piuttosto indefiniti, per quanto vengano sommariamente riassunti a metà pellicola, e tutto considerato ininfluenti. A importare è la sarabanda di contraccolpi e imprevisti che la spasmodica ricerca crea. La struttura mantiene un ottimo ritmo fino al finale, ma la seconda parte perde di vista la parvenza di verosimiglianza precedente e accentua toni esacerbati, fino a scivolare nel grottesco.

 

Omen (Thailandia, 2003)

omen_0Omen - la traslitterazione del titolo originale è Sung Horn -, nuova fatica produttiva di Oxide e Danny Pang, è passato praticamente sotto silenzio. Di nuovo nella natia Thailandia, al riparo dai potenti riflettori del marketing hongkonghese di The Eye, i due gemelli si rimettono silenziosamente a scavare nell'immaginario horror collettivo con una storia a base di premonizioni e fantasmi (stavolta non vendicativi).

 

Afro Tanaka (2012)

afro_tanaka_0Dal manga di Noritsuke Masaharu, il giovane esordiente Matsui Daigo trae una commedia stralunata basata sull'eccentricità scombinata del protagonista e dei comprimari, che pur partendo da una struttura da avventura di formazione sentimentale consolidata, riesce a costruire tempi comici perfetti, basati su attesa e reiterazione. La caratteristica che salta subito all'occhio è naturalmente il cespuglio di capelli afro del nostro eroe, ma con acume viene scelto di lasciare il particolare sullo sfondo, come un dato di fatto acquisito che non ha bisogno di ulteriori sottolineature: rimane così spazio per l'interazione disarticolata tra i personaggi, in vista di una chiusura che, pur solare, non ha paura di essere amara.

 

Nothing to Lose (Thailandia, 2001)

nothing_to_lose_0In solitaria Danny Pang, eccellente montatore, dimostra qualche limite rispetto alle esperienze maturate dietro la macchina da presa in compagnia del fratello Oxide (Bangkok Dangerous, The Eye). Nothing to Lose riprende il mito di Bonnie and Clyde e lo aggiorna secondo la personalità di due sfigati teen agers tailandesi: partenza al fulmicotone e arrivo leggermente fuori bersaglio. Due nichilisti, ma non troppo, costretti con le spalle al muro dalle avversità della vita: lei, lesbica, ha ucciso la sua compagna; lui è un giocatore incallito schiacciato dai debiti e dalla vergogna. Senza più nulla da perdere, troveranno modo di riscattarsi e di immolarsi alla vita che non hanno mai saputo apprezzare.

 

Sukiyaki (2011)

sukiyaki_0Capodanno è l'unico momento dell'anno in cui i detenuti di un carcere assaporano il cibo che hanno scelto di mangiare. I cinque inquilini della cella in cui finisce Kenta hanno istituito una tradizione: alla vigilia dell'anno nuovo si raccontano reciprocamente storie delle loro vite precedenti legate a piatti indimenticabili.

 

Monrak Transistor / Love Song (Thailandia, 2001)

monrak_transistor_0Uno dei più apprezzati cineasti tailandesi si cimenta con il melodramma, recuperando la tradizione musicale e sentimentale del passato e contaminandola con passioni forti e con un umorismo povero (non sempre indovinato), a incidere sulle svolte fatalistiche dell'odissea di un povero ingenuotto in cerca di se stesso. Monrak Transistor ha spopolato in patria nel 2001, dominando al box office e guadagnando i plausi della critica (interna: alla Quinzaine des Réalizateurs non aveva impressionato particolarmente). Pen-Ek Ratanaruang è ormai un regista importante (ha appena finito di girare Last Life in the Universe, già spacciato come pietra miliare), i suoi precedenti lavori - la commedia Fun Bar Karaoke, 1997, e il noir ironico 6ixtynin9, 1999 -, lo hanno incoronato tra i massimi esponenti nazionali. E infatti Monrak Transistor - uscito a sopresa anche sugli schermi italiani, con il titolo (deriva dal nome di un'emittente radio) semplificato in Love Song -, è prodotto, con gran dispiego di energie e di ambizione, da Nonzee Nimibutr, uomo ovunque del cinema thai.

 

Aftershock (2010)

aftershock_0Sul catalogo del Far East Film Festival 13 si riporta in merito a Feng Xiaogang: "Da alcuni definito lo Steven Spielberg cinese". Ammesso e per nulla concesso che questi alcuni esistano, è tempo che si risponda di certe affermazioni e si abbia il coraggio di fare un passo avanti. In ormai quasi vent'anni di carriera Xiaogang ha attraversato tutti i generi (commedia, melò, guerra), ma dove l'inarrestabile curiosità di un Bong Joon-ho lo ha portato a superare i generi stessi e utilizzarli per arricchire una poetica coerente di nuove e gustose sfaccettature, il fil rouge di Feng è quello dell'astuzia dell'uomo (per nulla dzigavertoviano) dietro la macchina da presa che si serve della tecnica e delle emozioni per rafforzare il proprio potere. Il cinema cinese, specie a livello industriale, è in piena ascesa, sorretto da produzioni sempre più ambiziose e Xiaogang è in prima linea nell'establishment, quasi un vice-Zhang Yimou - di cui ripropone solo i lati più deteriori, narcisismo e opportunismo - pronto a subentrargli al primo passo falso (operazione semplice nel mondo felice della Cina continentale, visto che è sufficiente dedicare un film ai paradossi temporali per divenire persona non grata).

 

GLove (2011)

g_love_0Un campione di baseball in declino e perennemente nei guai con la legge, Kim Sang-nam, viene costretto dal suo agente a trovare un modo per cercare di ripulire la sua immagine: dovrà allenare la squadra di baseball di una scuola di ragazzi sordomuti. Resosi conto delle scarse doti del team, Kim si disinteressa totalmente alle sue sorti, finché non trova in Na Joo-won, anch'egli lanciatore, dei tratti caratteriali che gli ricordano i suoi errori di gioventù.

 

Swordsmen / Wu Xia (2011)

swordsmen_01917: in un piccolo villaggio della provincia dello Yunnan la vita scorre felicemente, grazie all’operosità dei suoi abitanti. Tra questi Liu (Donnie Yen) è sereno padre di famiglia che conduce una prosperosa attività artigianale nella produzione di carta. Ma le mosche ronzano ovunque e un orecchio mozzato, di lynchiana memoria, fa subito capire che dietro le apparenze si cela qualcosa di torbido. Liu senza batter ciglio sgomina due pericolosi delinquenti e li uccide. Come può un modesto artigiano come lui avere compiuto una simile impresa? Chi si cela dietro Liu? Ha degli scheletri nascosti nel suo armadio laccato? Per fare chiarezza sull’episodio arriva un investigatore (Takeshi Kaneshiro), inviato dalle autorità centrali.

 

Hanji (2011)

hanji_0Pil-yong accetta un lavoro in un progetto che si prefigge lo scopo di rivalutare la tradizione dell'arte dello hanji, mettendola al servizio del restauro degli annali della dinastia Joseon, unico lascito scritto di un'epoca lontana. Nonostante i problemi economici e le difficoltà nel portare a termine il lavoro, Pil-yong viene coinvolto sempre più personalmente dal suo compito, fino a trasformarlo in un percorso esistenziale verso una maggiore conoscenza di sé.

 

Go Lala Go! (2010)

go_lala_go_0Commedia sentimentale che a livello produttivo e figurativo si apre alla formula hollywoodiana, nel solco consapevole tracciato da Sophie's Revenge (2009). In questo caso si parte da un libro di Li Ke che racconta l'inarrestabile ascesa di un'impiegata in una grande corporation, tradendone in parte l'analisi per inserire un sottotesto romantico che snellisca la fruizione. L'attrice e autrice Xu Jinglei, sotto l'egida produttiva di Zhang Yibai (coraggioso svecchiatore del cinema cinese almeno dai tempi di Spring Subway - 2002), lascia da parte i toni sofisticati e si abbandona con una certa leziosità a batticuori hi-tech, tra grattacieli di vetro e abiti di lusso.

 


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