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Punch (2011)

punch_0Fin dal suo esordio con il toccante Lover's Concerto (2002), Lee Han si era posizionato nell'alveo delle storie romantiche urbane, con uno sguardo furbo eppure sempre attento alle più minute sfumature sentimentali. Il suo quarto lungometraggio, dopo il frizzante Almost Love (2006) e l'episodico My Love (2007), rappresenta in questo senso un'evoluzione: Punch, tratto da un best seller di Kim Yeo-ryung, interseca racconto di formazione e buddy movie, facendo scontrare un insegnante disilluso e un ragazzo introverso figlio di un ballerino di cabaret gobbo e di una madre ignota. Giostrando con empatia tra derive popolari buoniste e sferzate ciniche, Punch è stato inaspettatamente il terzo più alto incasso tra i film coreani del 2011, dopo Sunny e Arrow, the Ultimate Weapon/War of the Arrows - dimostrando come blockbuster non faccia necessariamente rima con produzioni ultracostose.

 

Mitsuko Delivers (2011)

mitsuko_delivers_0Una commedia stralunata che inneggia all'unità fraterna e disinteressata in risposta alle avversità economiche e del destino, inseguendo una società altra nell'immediato, in parallelo alla società ufficiale del capitale e dell'individualismo. Ishii Yuya prosegue la sua indagine nostalgica e insieme dadaista del Giappone contemporaneo: dai tempi di Bare-Assed Japan (2005) e Girl Sparks (2007) ha irrobustito le qualità narrative, ma riesce a conservare quell'urgenza fuori dagli schemi nello stravolgere la compattezza formale del paese in un ritratto corale di personaggi naif, strambi, un po' ottusi, ripartendo dai riconoscimenti per il precedente Sawako Decides (2010) verso nuovi orizzonti.

 

Seven Samurai / I sette samurai (1954)

seven_samurai_0Da sempre e per sempre un punto di riferimento, oltre che uno dei rari casi in cui l'enfasi, più che consentita, è benvenuta, I sette samurai di Kurosawa Akira vanta tante imitazioni quanti sono i plausi ricevuti negli anni. Per trent'anni ne è circolata una versione ridotta, insignita del Leone d'Oro, prima di una nuova epifania di durata superiore alle tre ore. Che è giusto quanto basta per affrontare tematiche che abbracciano il mondo dei samurai, dei contadini e dei briganti ma nel farlo abbracciano l'umanità intera, quella folla di minuscoli esseri che abitano, ma spesso infestano, il pianeta Terra. Come per Boccaccio l'evento della peste permetteva di scavare negli anfratti dell'animo umano, così per Kurosawa è il medioevo dei predoni – quello di Rashômon, per intenderci, anche se ambientato nel periodo Heian – a fornire il terreno ideale per mettere in scena le più diverse sfaccettature dell'uomo.

 

Return to Burma (Taiwan, 2011)

return_to_burma_0Nato in Birmania, ma cresciuto a Taiwan, Midi Z ha fatto diversi lavori prima di dedicarsi al cinema. Con il suo lungometraggio d'esordio, dopo una manciata di corti, torna al suo paese d'origine, superando quella cortina di impenetrabilità che lo ammanta, e ne restituisce i colori, i silenzi, le paure, la povertà, la voglia di fuga, in una vivisezione in presa diretta della volontà di cambiamento spoglia e per questo maestosa. Con uno stile controllato basato su lunghi piani sequenza con macchina fissa e sullo sfruttamento della profondità di campo (come nell'incipit, con gli operai in campo lungo e poi ripresi da vicino), e una scrittura rarefatta che ha il sapore del documentario, Return to Burma può risultare scostante, alieno, ma riesce a scavare in profondità nel vissuto di un paese troppo a lungo lasciato alla deriva.

 

Dear Enemy (2011)

dear_enemy_0La coppia alla base del successo di Go Lala Go! (2010), formata dalla regista, sceneggiatrice e attrice Xu Jinglei e dall'attore e modello Stanley Huang, torna per un'altra commedia sentimentale ambientata nel mondo dell'alta finanza. Dear Enemy appare in effetti come un rilancio più ambizioso e consapevole del precedente film, meno perso in luccicori e mercificazione dei prodotti e più attento alle scalate in borsa del nuovo modello economico globale. La partenza pare quasi un thriller economico memore di Life without Principle (Johnnie To, 2011), solo meno working class hero e più elitario, poi lo sfarzo di montaggio e inquadrature tese si perde nella solita rincorsa amorosa che sa di melassa, ma lo sfarzo produttivo è maturo per un confronto diretto con Hollywood: stessa grammatica e stessa grandeur, salvo che qui il capitalista buono è quello che assicura gli interessi cinesi - come a dire che a cambiare è solo la prospettiva, non certo il retroterra teorico.

 

Barbie (2011)

barbie_0Lee Sang-woo non ha paura di tirare pugni nello stomaco, anzi sembra farlo in modo programmatico, tenendo al centro un discorso sull'implosione del nucleo familiare. Dopo il ritratto abusivo padre-figlio di Tropical Manila (2008) e quello livido dei genitori nel dittico Father is a Dog (2010) e Mother is a Whore (2010), Barbie si concentra su una coppia di sorelle ancora bambine, figlie di un uomo con ritardi mentali, pronte a essere vendute sul mercato nero a uno statunitense, con la complicità dello zio. Ne emerge un universo opprimente di povertà e disperazione, senza futuro, che all'innocenza di sguardo del mondo infantile oppone lo spietato nichilismo degli adulti. Lee non sovraccarica artificiosamente la tensione, anzi stempera lo sguardo con parentesi quotidiane di estrema dolcezza, e questo non fa altro che rendere ancora più insopportabili gli affondi.

 

Always (2011)

always_0Annunciato ingresso di Song Il-gon nel regno del cinema di intrattenimento commerciale, Always è un melodramma dall'impianto classico, dalla struttura robusta e dalla scrittura formulaica, che nonostante i molti cliché riesce a strappare fino all'ultima lacrima entro l'ultimo dei tanti finali, grazie soprattutto all'ottima alchimia tra So Ji-sub e Han Hyo-joo. Presentato al Busan International Film Festival come film d'apertura, ha avuto la sfortuna di esordire nei cinema coreani in contemporanea al fenomeno Punch, di Lee Han, che lo ha subissato al botteghino.

 

Lost in Paradise (Vietnam, 2011)

lost_in_paradise_0Tra i primi film vietnamiti a parlare apertamente di omosessualità maschile senza condannarla o trasformarla in stereotipo macchiettistico, Lost in Paradise riesce a mantenere toni leggeri da commedia nonostante la drammatica brutalità di alcuni aspetti raccontati. In un triangolo amoroso imperfetto, tra miseria, desideri traditi e sopraffazione, una parabola di educazione sentimentale dolce, anche se con la tendenza a trascendere nel melenso. Al di là degli inutili inserti di una storia secondaria più scopertamente metaforica e semplicistica, Vu Ngoc Dang riesce a costruire un film ammiccante e accattivante nelle sue tonalità pastello che si confondono nelle notti di una città sovraffollata.

 

Quick (2011)

quick_0Uno dei simboli, insieme a Sector 7, del fallimento al botteghino coreano dei blockbuster ad alto budget programmati nel 2011, Quick è una dispendiosa e disperata giostra variopinta, ancorata agli anni '80 (dal punto di vista estetico, simbolico, persino teorico) e per questo fuori tempo massimo; una giostra isterica e misogina, fracassona e incoerente, con una recitazione urlata e sopra le righe, una trama in filigrana e una messa in scena che richiama l'incosciente incrocio tra un Fast & Furious sbroccato e un cinepanettone deprimente.

 

I Carried You Home (Thailandia, 2011)

i_carried_you_home_0Da una storia che potrebbe adattarsi al contesto indie di qualsiasi latitudine - il tragitto di due sorelle tra loro distanti per riportare al villaggio natale la salma della madre morta improvvisamente - Tongpong Chantarangkul trae un esordio rigoroso e calmo, capace di scavare nelle incomprensioni delle due protagoniste, mentre intorno si succedono paesaggi spogli e piccoli imprevisti. Con intermezzo di flashback a raccontare la situazione antecedente, I Carried You Home costruisce un ritratto intimo di una famiglia tailandese contemporanea stretta tra aneliti al miglioramento, attaccamento per le tradizioni (la passione della madre per le canzoni popolari) e spinte centrifughe (la sorella maggiore che vive e lavora all'estero, quella minore che studia nella capitale Bangkok).

 

Peach Tree, The (2011)

peach_tree_0Secondo lungometraggio da regista per la giovane attrice Koo Hye-sun - classe 1984, nota soprattutto per il ruolo di Jan-di nella serie Boys Over Flowers (2008) - dopo i pareri contrastanti sul suo esordio (Magic, 2010). In questo caso sceglie la storia di due gemelli siamesi uniti alla testa che si innamorano della stessa ragazza, mettendola in scena come una favola nera dal tono trasognato. L'intento non è la verosimiglianza, a partire dall'evidenza delle protesi utilizzate per dare l'illusione dell'unione dei due corpi, ma di parabola in grado di mettere in luce un dilemma morale, la cui drammaticità è irrobustita da dialoghi enfatici e dispiego di spleen esistenziale. La narrazione frammentaria e la scrittura criptica di personaggi e avvenimenti non facilitano la fruizione.

 


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