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Hard Romanticker (2011)

hard_romanticker_0Un'ode alla violenza da strada che unisce la furia nichilista di Outrage (Kitano Takeshi, 2010) alla sfrontata patina cool dei giovani teppisti stile Crows Zero (Miike Takashi, 2007). Gu Su-yeon, giapponese di origini coreane, imbastisce uno scontro permanente a partire da un suo libro semi-autobiografico: sotto le apparenze di ritratto della gioventù deragliata contemporanea nasconde un attacco alla staticità di un sistema sociale che nega l'individualismo e le differenze interne, puntando all'appiattimento alle regole precostituite. I figli di immigrati coreani - già indagati nelle varianti giovanilistiche in film come Go (Yukisada Isao, 2001) o We Shall Overcome Someday/Break Through!/Pacchigi! (Izutsu Kazuyuki, 2004) - si fanno di nuovo protagonisti, in una spirale discendente di rifiuto della sottomissione e del comune denominatore comunitario.

 

Thermae Romae (2012)

thermae_romae_0La trasposizione del peculiare manga di Yamazaki Mari, presentata in anteprima mondiale al Far East Film Festival di Udine, è una commedia disinibita e sbarazzina che nella sua formulaicità dichiaratamente commerciale riesce a strappare più di una risata. Takeuchi Hideki, già regista della serie tv e dei lungometraggi di Nodame Cantabile e della mini di Densha Otoko, mescola con divertita gigioneria richiami all'impero romano e moderne tecnologie dei bagni giapponesi, in una commistione bizzarra e inusuale. I difetti sono evidenti, primo su tutti una certa inesportabilità del prodotto, ma nel complesso Thermae Romae rimane uno spiazzante esempio di dislocamento culturale.

 

Lost Paradise in Tokyo (2009)

lost_paradise_in_tokyo_0Famiglie disfunzionali, sogni irraggiungibili, povertà suburbana e disillusione si fondono nell'esordio di Shiraishi Kazuya, in passato assistente regista per Wakamatsu Koji e Yukisada Isao. Lost Paradise in Tokyo è un film indipendente girato in digitale e giocato in sottrazione, che parte dalla superficie (le aspirazioni di una ragazza, il funerale del padre di un ragazzo) per scavare fino a mostrarne la quotidianità sempre più inconsueta. Morbosità e spunti surreali procedono insieme per raccontare il Giappone post bolla economica.

 

Punch (2011)

punch_0Fin dal suo esordio con il toccante Lover's Concerto (2002), Lee Han si era posizionato nell'alveo delle storie romantiche urbane, con uno sguardo furbo eppure sempre attento alle più minute sfumature sentimentali. Il suo quarto lungometraggio, dopo il frizzante Almost Love (2006) e l'episodico My Love (2007), rappresenta in questo senso un'evoluzione: Punch, tratto da un best seller di Kim Yeo-ryung, interseca racconto di formazione e buddy movie, facendo scontrare un insegnante disilluso e un ragazzo introverso figlio di un ballerino di cabaret gobbo e di una madre ignota. Giostrando con empatia tra derive popolari buoniste e sferzate ciniche, Punch è stato inaspettatamente il terzo più alto incasso tra i film coreani del 2011, dopo Sunny e Arrow, the Ultimate Weapon/War of the Arrows - dimostrando come blockbuster non faccia necessariamente rima con produzioni ultracostose.

 

Always (2011)

always_0Annunciato ingresso di Song Il-gon nel regno del cinema di intrattenimento commerciale, Always è un melodramma dall'impianto classico, dalla struttura robusta e dalla scrittura formulaica, che nonostante i molti cliché riesce a strappare fino all'ultima lacrima entro l'ultimo dei tanti finali, grazie soprattutto all'ottima alchimia tra So Ji-sub e Han Hyo-joo. Presentato al Busan International Film Festival come film d'apertura, ha avuto la sfortuna di esordire nei cinema coreani in contemporanea al fenomeno Punch, di Lee Han, che lo ha subissato al botteghino.

 

Lost in Paradise (Vietnam, 2011)

lost_in_paradise_0Tra i primi film vietnamiti a parlare apertamente di omosessualità maschile senza condannarla o trasformarla in stereotipo macchiettistico, Lost in Paradise riesce a mantenere toni leggeri da commedia nonostante la drammatica brutalità di alcuni aspetti raccontati. In un triangolo amoroso imperfetto, tra miseria, desideri traditi e sopraffazione, una parabola di educazione sentimentale dolce, anche se con la tendenza a trascendere nel melenso. Al di là degli inutili inserti di una storia secondaria più scopertamente metaforica e semplicistica, Vu Ngoc Dang riesce a costruire un film ammiccante e accattivante nelle sue tonalità pastello che si confondono nelle notti di una città sovraffollata.

 

Leafie - A Hen into the Wild / Leafie - La storia di un amore (2011)

leafie_0Leafie rappresenta a oggi il più grande incasso per l'animazione coreana: dopo il successo di My Beautiful Girl Mari (Lee Seong-gang, 2002) o Wonderful Days (Kim Moon-saeng, 2003), e l'eclettico umorismo di Aachi and Ssipack (Jo Beom-jin, 2006), è la dimostrazione che anche produzioni locali di paesi senza una grande tradizione nell'animazione possono arrivare a competere a livello internazionale - si veda ad esempio anche il malese Seafood (Goh Aun Hoe, 2011) - arrivando a essere distribuiti persino nella lontana provincia italiana. Storia di maternità e crescita tratta da un libro per l'infanzia di Hwang Seon-mi, l'esordio nel lungometraggio di Oh Seong-yoon è dolce, caparbio e dalla narrazione solida, nonostante i toni eccessivamente melodrammatici di alcuni passaggi.

 

Love (Taiwan/Cina, 2012)

love_2012_0Commedia romantica corale interessante più per il contesto produttivo e le pratiche distributive che per il contenuto debitamente zuccheroso. Doze Niu, attore taiwanese attivo dagli anni '80 che ha esordito alla regia con il bizzarro What on Earth I Have Done Wrong? (2007) e si è confermato con il campione d'incassi Monga (2010), si prodiga in un film a incastri pan-cinese, impegnato a unire neanche troppo metaforicamente Taipei e Beijing col filo rosso della passione. Co-prodotto dai due paesi e distribuito in due versioni leggermente differenti (pare quella cinese sia più corta di una decina di minuti), rappresenta un punto d'arrivo della recente politica di distensione, commercialmente più rappresentativo rispetto ad altre collaborazioni recenti, come Kora, di Du Jiayi, e Great Wall My Love, di Emily Liu.

 

Mitsuko Delivers (2011)

mitsuko_delivers_0Una commedia stralunata che inneggia all'unità fraterna e disinteressata in risposta alle avversità economiche e del destino, inseguendo una società altra nell'immediato, in parallelo alla società ufficiale del capitale e dell'individualismo. Ishii Yuya prosegue la sua indagine nostalgica e insieme dadaista del Giappone contemporaneo: dai tempi di Bare-Assed Japan (2005) e Girl Sparks (2007) ha irrobustito le qualità narrative, ma riesce a conservare quell'urgenza fuori dagli schemi nello stravolgere la compattezza formale del paese in un ritratto corale di personaggi naif, strambi, un po' ottusi, ripartendo dai riconoscimenti per il precedente Sawako Decides (2010) verso nuovi orizzonti.

 

Seven Samurai / I sette samurai (1954)

seven_samurai_0Da sempre e per sempre un punto di riferimento, oltre che uno dei rari casi in cui l'enfasi, più che consentita, è benvenuta, I sette samurai di Kurosawa Akira vanta tante imitazioni quanti sono i plausi ricevuti negli anni. Per trent'anni ne è circolata una versione ridotta, insignita del Leone d'Oro, prima di una nuova epifania di durata superiore alle tre ore. Che è giusto quanto basta per affrontare tematiche che abbracciano il mondo dei samurai, dei contadini e dei briganti ma nel farlo abbracciano l'umanità intera, quella folla di minuscoli esseri che abitano, ma spesso infestano, il pianeta Terra. Come per Boccaccio l'evento della peste permetteva di scavare negli anfratti dell'animo umano, così per Kurosawa è il medioevo dei predoni – quello di Rashômon, per intenderci, anche se ambientato nel periodo Heian – a fornire il terreno ideale per mettere in scena le più diverse sfaccettature dell'uomo.

 

Return to Burma (Taiwan, 2011)

return_to_burma_0Nato in Birmania, ma cresciuto a Taiwan, Midi Z ha fatto diversi lavori prima di dedicarsi al cinema. Con il suo lungometraggio d'esordio, dopo una manciata di corti, torna al suo paese d'origine, superando quella cortina di impenetrabilità che lo ammanta, e ne restituisce i colori, i silenzi, le paure, la povertà, la voglia di fuga, in una vivisezione in presa diretta della volontà di cambiamento spoglia e per questo maestosa. Con uno stile controllato basato su lunghi piani sequenza con macchina fissa e sullo sfruttamento della profondità di campo (come nell'incipit, con gli operai in campo lungo e poi ripresi da vicino), e una scrittura rarefatta che ha il sapore del documentario, Return to Burma può risultare scostante, alieno, ma riesce a scavare in profondità nel vissuto di un paese troppo a lungo lasciato alla deriva.

 


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