You are here:   Home Film
Film

Quick (2011)

quick_0Uno dei simboli, insieme a Sector 7, del fallimento al botteghino coreano dei blockbuster ad alto budget programmati nel 2011, Quick è una dispendiosa e disperata giostra variopinta, ancorata agli anni '80 (dal punto di vista estetico, simbolico, persino teorico) e per questo fuori tempo massimo; una giostra isterica e misogina, fracassona e incoerente, con una recitazione urlata e sopra le righe, una trama in filigrana e una messa in scena che richiama l'incosciente incrocio tra un Fast & Furious sbroccato e un cinepanettone deprimente.

 

Dear Enemy (2011)

dear_enemy_0La coppia alla base del successo di Go Lala Go! (2010), formata dalla regista, sceneggiatrice e attrice Xu Jinglei e dall'attore e modello Stanley Huang, torna per un'altra commedia sentimentale ambientata nel mondo dell'alta finanza. Dear Enemy appare in effetti come un rilancio più ambizioso e consapevole del precedente film, meno perso in luccicori e mercificazione dei prodotti e più attento alle scalate in borsa del nuovo modello economico globale. La partenza pare quasi un thriller economico memore di Life without Principle (Johnnie To, 2011), solo meno working class hero e più elitario, poi lo sfarzo di montaggio e inquadrature tese si perde nella solita rincorsa amorosa che sa di melassa, ma lo sfarzo produttivo è maturo per un confronto diretto con Hollywood: stessa grammatica e stessa grandeur, salvo che qui il capitalista buono è quello che assicura gli interessi cinesi - come a dire che a cambiare è solo la prospettiva, non certo il retroterra teorico.

 

Damn Life (2011)

damn_life_0Un esordio indipendente a basso costo diretto e non rifinito nella sua cruda urgenza, diffuso sotto l'egida del Pia Film Festival, da decenni fucina del nuovo cinema giapponese, che ha premiato l'opera con il Grand Prix. Oltre a dirigere, Kitagawa Hitoshi scrive, fotografa e monta una storia tra il thriller, la commedia e il grottesco su incomunicabilità, umano istinto di prevaricazione sui più deboli, solitudine e miseria. Con prevalenza di long take a macchina fissa e la sostanziale invarianza della location (i pressi di una diga dai contorni sfocati), Damn Life cerca di scavare sotto la patina di inconcludenza e bassezze di un gruppo di operai non specializzati che, nel ciclo di incomprensioni che li vede coinvolti, si trasformano da carnefici a vittime.

 

State of Dogs / Nohoi Oron (Mongolia, 1998)

state_of_dogs_0Baasar è un cane randagio. Mentre sta vagando tra le strade della capitale Ulan Bator, viene ucciso da cacciatori il cui compito è ridurre il numero, altissimo, di cani senza padrone presenti in città. L’anima del cane si deve quindi reincarnare e, come si narra in una leggenda mongola, potrà avvenire sotto forma di essere umano, dopo aver passato una vita a vagare libero. Ma Baasar non vuole rinascere come uomo. L’anima di Baasar inizia quindi a ripercorrere tutta la sua esistenza: prima cane da pastore che viveva nella steppa con una famiglia nomade, poi abbandonato dai proprio padroni, infine l’incontro con una donna che aspetta un bambino.

 

Cool Young (2011)

cool_young_0Esordio dietro la macchina da presa per Zhao Yan Guo Zhang, attore in passato attivo soprattutto in televisione, che tenta di recuperare al mélo con sterzate nella commedia più grottesca un certo stile enfatico e strabordante di regia, in voga soprattutto sul finire degli anni '90 come deterioramento del referente Wong Kar-wai. Ralenti, freeze frame, punteggiature sonore reiterate e frequenti flashforward affollano con irruenza una lineare doppia storia d'amore, rendendola ridondante e snervante, con una narrazione involuta e pretenziosa.

 

About the Pink Sky (2011)

about_the_pink_sky_0Esordio nel lungometraggio di Kobayashi Keiichi dopo pubblicità, video musicali e un paio di progetti in video, girato in un luminoso bianco e nero per cogliere le sfumature del presente che costantemente scolora nel passato. Un dramma adolescenziale minimale, in grado di costruire un microcosmo vibrante nella sua quotidianità spicciola, aperto allo stupore e alla scoperta del senso profondo dell'amicizia.

 

I Carried You Home (Thailandia, 2011)

i_carried_you_home_0Da una storia che potrebbe adattarsi al contesto indie di qualsiasi latitudine - il tragitto di due sorelle tra loro distanti per riportare al villaggio natale la salma della madre morta improvvisamente - Tongpong Chantarangkul trae un esordio rigoroso e calmo, capace di scavare nelle incomprensioni delle due protagoniste, mentre intorno si succedono paesaggi spogli e piccoli imprevisti. Con intermezzo di flashback a raccontare la situazione antecedente, I Carried You Home costruisce un ritratto intimo di una famiglia tailandese contemporanea stretta tra aneliti al miglioramento, attaccamento per le tradizioni (la passione della madre per le canzoni popolari) e spinte centrifughe (la sorella maggiore che vive e lavora all'estero, quella minore che studia nella capitale Bangkok).

 

Barbie (2011)

barbie_0Lee Sang-woo non ha paura di tirare pugni nello stomaco, anzi sembra farlo in modo programmatico, tenendo al centro un discorso sull'implosione del nucleo familiare. Dopo il ritratto abusivo padre-figlio di Tropical Manila (2008) e quello livido dei genitori nel dittico Father is a Dog (2010) e Mother is a Whore (2010), Barbie si concentra su una coppia di sorelle ancora bambine, figlie di un uomo con ritardi mentali, pronte a essere vendute sul mercato nero a uno statunitense, con la complicità dello zio. Ne emerge un universo opprimente di povertà e disperazione, senza futuro, che all'innocenza di sguardo del mondo infantile oppone lo spietato nichilismo degli adulti. Lee non sovraccarica artificiosamente la tensione, anzi stempera lo sguardo con parentesi quotidiane di estrema dolcezza, e questo non fa altro che rendere ancora più insopportabili gli affondi.

 

We Can't Change the World But We Wanna Build a School in Cambodia (2011)

we_cant_change_the_world_0Fukasaku Kenta, convinto fautore di una rilettura del cinema di genere in chiave pop, cambia apparentemente tenore con un film motivazionale, ispirato a una storia vera, su un gruppo di studenti universitari giapponesi che in piena solitudine decide di raccimolare i (tanti) soldi necessari a costruire una scuola in Cambogia. In realtà il taglio impegnato e realista, che segue con empatia le difficoltà, i ripensamenti, i malumori e le gioie degli amici impegnati nell'impresa, continua quell'indagine in filigrana sui giovani iniziato sottotraccia nella saga di Battle Royale (2000-3), o nei film più strampalati come X-Cross (2007) e Black Rat (2010), solo con intento formativo più evidente.

 

Peach Tree, The (2011)

peach_tree_0Secondo lungometraggio da regista per la giovane attrice Koo Hye-sun - classe 1984, nota soprattutto per il ruolo di Jan-di nella serie Boys Over Flowers (2008) - dopo i pareri contrastanti sul suo esordio (Magic, 2010). In questo caso sceglie la storia di due gemelli siamesi uniti alla testa che si innamorano della stessa ragazza, mettendola in scena come una favola nera dal tono trasognato. L'intento non è la verosimiglianza, a partire dall'evidenza delle protesi utilizzate per dare l'illusione dell'unione dei due corpi, ma di parabola in grado di mettere in luce un dilemma morale, la cui drammaticità è irrobustita da dialoghi enfatici e dispiego di spleen esistenziale. La narrazione frammentaria e la scrittura criptica di personaggi e avvenimenti non facilitano la fruizione.

 

Woman in the Septic Tank, The (Filippine, 2011)

woman_in_the_septic_tank_0Tre cineasti - regista, produttore e una assistente di produzione pressoché muta - sono impegnati a ideare un film che sappia cogliere gli aspetti più scabrosi e deprimenti della vita nelle baraccopoli di Manila, inclusi traffico di minorenni, povertà estrema, assenza di moralità. Il loro scopo, è subito chiaro, non è propriamente artistico: più drammatizzano la storia, più possibilità pensano di avere per partecipare a festival internazionali, forse persino agli Oscar. Una satira che prende ferocemente in giro il recente cinema ultrarealista e pauperista filippino, ormai perso - questa l'accusa - nello sfruttamento delle disgrazie altrui solo per aumentare la propria visibilità.

 


Page 1 of 35
Share on facebook