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Ironico, irriverente, brutto: tutti aggettivi adatti, quanto inutili, per descrivere Getting Any?, film che avvicina in modo quasi drammatico, viste le innegabili differenze culturali, i due registi che negli ultimi anni hanno dimostrato la più spiccata consapevolezza del cinema sul cinema - Kitano Takeshi e Quentin Tarantino. Proprio come è consuetudine di quest'ultimo, il regista nipponico propone una rivisitazione della cultura pulp espressa dalla cinematografia giapponese negli ultimi 50 anni.
La storia di Asao è un percorso a due livelli. Il primo traccia in modo parodistico gli stilemi del cinema di genere del Sol Levante: film di yakuza, chanbara, kaiju eiga, roman-porno. Lo fa con graffiante ironia e totale irriverenza. Il secondo è una presa in giro del Giappone contemporaneo, troppo impegnato a seguire sempre nuove mode, così facendo vestendosi talvolta di ridicolo. Kitano non è minimamente sfiorato dal timore di offendere, non ricercando mai in quest'opera il "buon gusto". Della trama c'è poco o nulla da dire. Tutto parte dal desiderio di Asao di comprare una macchina, così da poter "rimorchiare" meglio le ragazze. Da qui è un susseguirsi di ritmi asimmetrici, assenza quasi completa di un filone diegetico, e una ricerca dello stupore demenziale, con allusioni alla comicità dei Fratelli Marx e alla slapstick comedy americana.
Non è affatto semplice parlare di Getting Any?, senza aggiungere concetti alieni al film, attanagliati dal timore di non avere abbastanza cose intelligenti da dire. La risposta l'abbiamo suggerita prima: Kitano, come Tarantino, maestro della "consapevolezza del cinema". Dunque ecco una pellicola di rara coerenza e senso filmico, un'opera demenziale che serve solo a far ridere. Per questo l'unica cosa sensata da fare è guardarla e poi ciascuno tragga le proprie conclusioni.
In ultima battuta, è utile ribadire una strana idiosincrasia di Kitano verso quella cultura pulp in cui anche egli è nato. Forse ciò è dovuto al suo desiderio di palesare il proprio distacco da un mondo che non gli appartiene più. Il merito è che lo fa con "consapevole" ironia.
Riccardo Rosati
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