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Dopo l'epica quotidiana di un uomo in tempo di guerra - la trilogia The Human Condition/Ningen no Joken - Kobayashi radicalizza la sua analisi. Lo fa con un apparente scarto, tornando al passato: Harakiri/Seppuku (tratto da un racconto di Takiguchi Yasuhiko), vincitore a Cannes del premio speciale della giuria nel 1963, non è altro che la spietata dissezione di una nazione. Siamo nel 1630, in una fase delicata per il sistema feudale giapponese; molti clan vengono sciolti, lasciando nella miseria i samurai e le loro famiglie. Alcuni di questi non trovano altra soluzione che andare a chiedere di commettere seppuku (la morte onorevole) nei palazzi dei potenti, nella speranza che i nobili - impietositi e timorosi di uno scandalo - facciano loro dono di qualcosa tramite cui sopravvivere. Non è il caso di Tsugumo Hanshiro, che si presenta al palazzo del clan Iyi ben convinto a portare a termine il gesto estremo. L'intendente del clan, Saito, per saggiare la sua determinazione, gli narra la storia di Chijiwa, ronin in disgrazia che giunto alle loro porte è stato costretto a commettere il suicidio rituale (nonostante cercasse solo aiuto), perché le tradizioni e la via dei samurai lo impongono. Tsugumo dichiara di voler comunque andare sino in fondo, a patto di poter avere come aiutante Omodaka. Il prescelto è però indisposto, e nell'attesa Tsugumo si appresta a narrare la sua, di storia: quando tutti e tre gli uomini da lui richiesti appaiono ammalati o irraggiungibili, Saito e i suoi sottoposti iniziano a sospettare che dietro la calma di Tsugumo si nasconda qualcosa di minaccioso...
Kobayashi tratteggia un mondo quasi interamente maschile, conchiuso entro mura (quelle di palazzo) che separano e proteggono dall'esterno, dal dolore e dalla povertà; un microcosmo autosufficiente in grado di prosperare in un limbo immutabile alimentato dalla propria indipendenza e schiacciante alterità. Un mondo a parte, entro cui anche i corpi sono figure manovrabili e distorte, in cui i movimenti sono rituali stilizzati, dove la postura regola e sovrasta sull'impulso e la forma assurge a significato e significante; particolare sottolineato anche dalla completa assenza di arredi, con i personaggi che camminano in spazi vuoti, spettrali, la cui eleganza disadorna è data dalle forme geometriche e squadrate di porte, corridoi e colonne. In questo contesto di quiete parossistica, tutto si basa sulla finzione, sul travisamento: la storia viene riscritta, nascosta sotto la patina di parole (ormai prive di senso) come onore o rettitudine. Una ricerca estetico-formale riecchegiata dalle scelte essenziali di regia; la purezza incontrastata dello sguardo in azione, la controllata fluidità di inquadrature pressoché perfette, con irrequieti piani sequenza alternati a primissimi piani, sfogo di occhi scavati dagli eventi. Gli occhi di un Nakadai Tatsuya spiritato, magnetico - la figura rabbuiata da un furore a stento represso, perché impossibilitato a trovare uno sfogo alla portata della sua vendetta.
Seppuku è lento, lentissimo: ma è una lentezza assolutamente necessaria, indispensabile, annichilente - da cui traspare con rinnovata forza tutta la rabbia, l'impotenza di fronte a ombre indistinte che si chiamano società, tradizione, dedizione (atto d'accusa al bushido tanto quanto a ogni moderna ipocrisia). Il prolungato duello finale non è allora una catarsi, bensì un inabissarsi sempre più profondo, senza speranza di un ritorno alla luce.
Stefano Locati
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