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Festival Nits de Cinema Oriental di Vic 2017

Wednesday, 06 September 2017 13:09 Armando Rotondi Festival - Report
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Festiva Nits de Cinema Oriental di Vic, 2017Nella piccola città di Vic, circa 43.000 abitanti, nel cuore della Catalogna, si presenta un festival che è una vera sorpresa e chicca per i cultori di cinema asiatico - il Festival Nits de Cinema Oriental de Vic, andato in scena dal 18 al 23 luglio 2017. Una kermesse che è riuscita a costruirsi una reputazione forte, grazie a un lavoro che va avanti da ormai 14 edizioni, sotto la direzione attenta di Quim Crusellas, e che ha ancora tantissimo potenziale. Credo non sia sbagliato ipotizzare che il modello e anche il competitor di Vic siano l’Asia Film Week di Barcellona o lo storico Festival di Sitges, dedicato al cinema di genere e che ogni anno vede migliaia di spettatori e un numero enorme di pellicole horror, fantascientifiche, fantasy o thriller provenienti dai paesi asiatici.

Vic ha dalla sua una programmazione ottima, ma anche delle contraddizioni al proprio interno. Un’organizzazione che, come detto, prende a modello i festival più grandi, e tipici del periodo estivo, come ad esempio le proiezioni all’aperto alla Locarno o alla Cluj-Napoca, e anche una programmazione extra-cinematografica fatta di incontri, feste, pass per professionisti e stampa. Il tutto però è su scala più piccola, locale. Il luogo delle proiezioni notturne, gratis, vicino al Museo del tessuto, è infatti piccolo e sa un po’ di provincia, così come piccolo è anche lo schermo. Se questa parte della manifestazione si spostasse nella magnifica Plaça Mayor della città, il tutto ne gioverebbe in termini di immagine e popolarità verso un pubblico esterno.
I titoli in programma rimangono in genere interessanti e ben scelti. Si parte dalla retrospettiva Kung Fu Girls che vede otto produzioni da Hong Kong prevalentemente anni ’80 più un film francese a tema (Dragon Girls, 2016, di Yves Montmayeur). Nello specifico: My Young Auntie (1981) di Lia Chiang-liang, Yes Madam (1985) di Corey Yuen, Royal Warriors (1986) e Magnificent Warriors (1987) di David Chung, Iron Angels (1987) di Raymond Leung e Teresa Woo, e i più recenti Naked Weapon (2002) di Ching Siu-tung e The Beauties of the Shaw Studios (2003), documentario in co-produzione con gli Stati Uniti diretto da Ian Taylor, dedicato allo star-system femminile “cappa e spada” di Hong Kong negli anni ’60 e ’70.
Nutrita e di buona qualità la sezione competitiva, che ha visto la vittoria del Premio della Giuria al cinese Mountain Cry (2016) di Larry Yang, splendido dramma rurale, interpretato magistralmente e di grande forza. Il film di Yang ha avuto la meglio su altri splendidi prodotti come The Posterist (Hong Kong, 2017) di Hui See-wai, documentario che giustamente ha ottenuto la Menzione speciale: il documentario sulla vita di Yuen Tai-yung, artista che ha realizzato più di 200  poster cinematografici di film di Hong Kong, è intrigante, commovente, interessante, e la presenza fisica al festival di regista e protagonista rende il tutto ancora di maggiore spessore.
Fabricated City (Corea del Sud, 2017) di Park Kwang Hyun – già regista di Welcome to Dongmakol – ottiene invece il Premio del Pubblico. Vi è forse più forma che contenuto e il tutto sa di già visto. Più appropriato è sicuramente il Premio della Critica a Duckweed (Cina, 2017) di Han Han, enfant terrible della cultura cinese contemporanea, poliedrica figura di intellettuale giovane (classe 1982).
La sezione competitiva ha visto quindi un ulteriore presenza cinese, taiwanese e da Hong Kong: Cook Up a Storm (2017) di Ye Wei-min, film culinario (e Michelin) non troppo dissimile da The Hundred-Foot Journey con Helen Mirren; l’adrenalinico – e non potrebbe essere altrimenti – Extraordinary Mission (2016) di Alan Mak e Anthony Pun; One Night Only (2016) di Matt Wu, coproduzione Cina-Taiwan, ispirato al Fuori orario di Scorsese;  Shock Wave (2017) di Herman Yau, altro film adrenalinico, potente, e molto più complesso di quello che la forma thriller potrebbe far pensare, con un duo di personaggi (protagonista e villain) perfettamente complementari tra loro; infine Vampire Cleanup Department (2017)  di Yan Pak-wing e Chiu Sin-yang che rappresenta un gustoso omaggio all’horror cinese anni ’80.
In co-produzione Hong Kong-Malesia, la pellicola di Ho Yuhang, Mrs K (2017), strizza l’occhio al mondo del polar francese e al film di genere italiano, traducendo i vari elementi in un’opera estremamente oscura. Due sole pellicole giapponesi in competizione: Moriyamachu Driving School (2016) di Toyoshima Keisuke, pieno di umorismo nero e di assurdità, e il progetto antologico curato da Hoshino Hisao,  Tetsudon: The Kaiju Dream Match (2017), dedicato ai mostri classici del cinema giapponese. Ultimo film in competizione insieme all’indiano Munna Maichael (2017) di Sabbit Khan, talmente assurdo da piacere quasi, è Saving Sally (Filippine, 2016) di Avid Liongoren, pellicola romantica interessante nella sua commistione pop di animazione, videogioco e recitazione reale.
Interessate e nutrita è anche la sessione dedicata all’infanzia con McDull Rise of the Rice Cooker (Cina-Hong Kong, 2016), anche in sezione competitiva. In questa sezione ritroviamo film già con qualche anno come The Frog Kingdom (2013), produzione cinese per il regista coreano di lungo corso Nelson Shin, o Ronja, the  Robber’s Daughter (Giappone, 2014-2015) di Miyazaki Goro, destinato alla televisione. Sempre da Giappone, Rudolf the Black Cat (2016) di Sakakibara Mikinori e Yuyama Kunihiko, e soprattutto lo splendido In this Corner of the World (2016) di Katabuchi Sunao, delicato affresco (su Hiroshima), meritatamente vincitore del premio come miglior film d’animazione giapponese.
In questa sezione, tuttavia, le vere perle sono i classici dell’animazione cinese presentati: Havoc in Heaven (1965) di Wan Laiming, basato sul Viaggio in Occidente e sulla figura del Re scimmiotto, quindi una serie di corti di animazione firmati da Te Wei, Zhou Keqin, Ah Da e Wei Jiajun e prodotti tra il 1960 e 1981.
Una sessione speciale è stata dedicata a The Deaf and Mute Heroine (Hong Kong, 1971) del grande maestro Wu Ma, così come anche a una serie di pellicole di indubbio valore. Si va dall’immancabile Sono Sion con Love & Peace (Giappone, 2015) a The Priests (Corea del Sud, 2015) di Jang Jae-hyun, per concludere con la pellicola di Hong Kong Mira (2016) del fotorgrafo Lloyd Belcher, fino all'ammiccante tokusatsu Ninja Special Agent Justy Wind (Giappone, 2017).
La sezione corti ha visto due prodotti di particolare interesse: Josephine (Filippine, 2016) di Avid Liogoren, regista anche in concorso, e la produzione Giappone-Catalogna Mitaka Sumo School (2017) di Ruben Ventura, entusiasmante lavoro sul training di lottatori di sumo sin dall’infanzia.
Il Festival di Vic si pone così come una rassegna ricchissima in termini di contenuti e di film, ricchissima per essere anche un festival fuori dai principali circuiti, con un’organizzazione solida, che ha ancora margini di miglioramento per ambire a un appeal e un richiamo internazionali, in termini di pubblico.

 

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