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ANNO 2003
REGIA Min Byung-chun
SCENEGGIATURA Min Byung-chun
ATTORI Yoo Ji-tae (R), Lee Jae-eun (Cyon), Seo Rin (Ria), Yoon Chan (Noma), Jung Eun-pyo (dr. Giro), Jung Doo-hong (Cyper), Ko Joo-hee (Ami)
GENERE Fantascienza
Il mondo del futuro è un connubio invivibile di tecnologia e povertà - in cui industrie, polluzioni e urbanizzazione selvaggia dominano su un'unica megalopoli, tentacolare e parossistica. I cyborg sono ormai esseri viventi che sentono, esperiscono... e scadono. Per quelli che rifiutano la rottamazione, i devianti, c'è un'unità speciale della polizia pronta a intervenire. R, uno degli agenti migliori, è però innamorato di Ria, cyborg in procinto di spegnersi per sempre, e farà di tutto pur di tenerla in vita: disobbedisce agli ordini dell'amico e superiore Noma, favorisce le azioni dello spietato deviante Cyper, contatta l'ambiguo dottor Giro, radiato dall'albo, e arriva persino a progettare il rapimento della sottoproletaria Cyon, che si arrabatta tra divinazioni e prostituzione.
Piccoli Blade Runner crescono. Da qualsiasi lato lo si guardi, Natural City presenta richiami e rimandi alla seminale opera di Ridley Scott, tanto che più che un progetto autonomo, il curatissimo film di Min Byung-chun (Phantom the Submarine) assomiglia a una patch d'aggiornamento, che incorpori nella distopia dickiana delle origini qualche (blanda) riflessione robotico-filosofica à là Ghost in the Shell. L'aspetto impattante, che colpisce nel segno fin dalle prime inquadrature, è naturalmente quello estetico: sfondi ritoccati al computer tra il fiabesco e l'apocalittico, scenografie post-industriali intricatissime, abiti di scena logori (plastica, cuoio, latex e metallo regnano incontrastati) e una fotografia cupa e notturna ispirano il giusto mood - opprimente, da perdita totale della speranza. I problemi sorgono quando si inizia a ragionare su narrazione e trama: la storia arranca tra luoghi comuni (l'amore contrastato/disperato, la ribellione alle istituzioni) e divagazioni criptico-disperate da spleen esistenziale (lo struggimento di R, che vaga con sguardo spento per i vicoli della metropoli), di modo che l'intreccio - in realtà piuttosto semplice - sembra fagocitato dall'elefantiaca sovrastruttura messa in piedi dalla produzione. Il ritmo collassa, nonostante alcuni gustosi scontri tra unità speciali e velocissimi cyborg, adagiandosi su prospettive letargiche. L'errore vero sembra la mancanza di coesione tra gli istinti futuribili e l'ineluttabilità melodrammatica della storia (per la verità piuttosto scialba, Ria è una bambola di ceramica senza personalità): di fatto non ci sono legami tra ciò che succede e l'ambiente circostante, lasciando la sensazione che la magniloquenza della visione sia solo un vezzo fine a se stesso. Le spiegazioni finali, centellinate per tre quarti della pellicola e infine sbrodolate nella lunga chiusura, non fanno altro che irretire ulteriormente la già provata pazienza.

Stefano Locati

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