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Non solo cinema. Il Far East Film festival è un'esperienza ristoratrice, nonostante la fatica quotidiana delle visioni. Perché in nove giorni di visioni si intrecciano volti, voci ed esperienze che raccontano un'identica passione - quella per il cinema proveniente dall'est asiatico.
GIACOMO CALZONI
Questa ennesima edizione del Far East porta con sè tutto un insieme di pensieri e sensazioni che contribuiscono, anno dopo anno, alla formazione di un personalissimo album dei ricordi; un album relativo a un piccolo grande festival del quale, sembra, ogni volta non ne puoi fare a meno. Perché anche se la qualità globale dei film visti non è propriamente eccezionale continui a pensare che sia stato un bene essere stato lì. Anche se per pochi giorni, anche se per poche visioni. Perché il microcosmo che nasce e si muove intorno al Teatro Nuovo Giovanni da Udine ti accompagna dentro la mente per tutto il resto dell'anno, e allora è come se non lo avessi abbandonato mai, e questa è una cosa che non capita con molti altri festival. Evviva anche i brutti film, allora, purchè visti in questo mo(n)do.
Ed evviva anche i bei film, certo, da un Miike minore ma comunque sorprendente, dalla veterana Ann Hui, dalle piccole sorprese che non ti saresti aspettato, fino a tutti quei titoli che non sei riuscito a vedere e che tutti gli anni ti riproponi di recuperare in qualche modo. All'anno prossimo, con le stesse speranze e le stesse aspettative.
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STEFANO LOCATI
Il bello di Udine è il clima. No, non quello metereologico, che si è sempre chiusi al cinema e se piove chi se ne importa. Ma quello degli incontri casuali e dei sorrisi e dei bagordi e degli scherzi. Che sembra quasi di essere tornati tutti all'asilo, beati di fronte a qualcosa che piace, forti del fatto di essere insieme ad altre persone che hanno la stessa passione, non a zombie che sono venuti per presenziare, per farsi vedere, per affrettarsi a sbirciare l'ultimo presunto capolavoro per poi poterne scrivere per primi sul loro blog (come se fosse importante, poi, il loro blog). Udine funziona perché prima di tutto viene il cinema - anche e nonostante poi il cinema, spesso, sia solo un accidente secondario, non marginale, ma dato per scontato. Con il cinema del sud est asiatico d'altronde è possibile farlo, visto che comunque esiste e prospera, tra inevitabili alti e bassi, ma senza tentennamenti. E allora spazio alla creazione di leggende - da quella volta che il Fornasiero, con la sola forza di un libro, tenne aperto l'Asian Wok contro un'orda di ristoratori assonnati e desiderosi di dormire a quel concerto stravolto di gente dei furiosi Yura Yura Teikoku, che dannazione dannazione dannazione siamo arrivati che era già iniziato. Dalle porzioni misteriosamente rarefatte del solito bar per aperitivi volanti, ai distributori di riviste merceologicamente avanzate, fino a dei saluti avventati fatti per stanchezza che poi diventano un tormentone. Fa tutto parte del gioco, ed è un gioco a cui è bello partecipare senza paracadute, sicuri e speranzosi che tanto, l'anno dopo, si rinizierà a giocare con volti nuovi, con film nuovi, e con la stessa spensieratezza di sempre, perché poi le paure che tutto si trasformi in incubo evaporano. Quest'anno però l'alcol è stato costante, ma non eccessivo, niente effetti collaterali, nemmeno per sbaglio. E' l'età che avanza?
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GIAMPIERO RAGANELLI
Chi sarà più Totoro? Crik, il pacioso micione dell'osteria Al Cappello, o quel critico tedesco che sta sempre in prima fila con la bottiglietta d'acqua? Ma poi ve lo immaginate il gatto Crik tirare i sassi ai suoi nemici cani, emulando le gesta di un noto selezionatore? Si possono mangiare tortellini in una prosciutteria friulana sotto lo sguardo severo di un bolognese doc che ordina il vino della casa? Ma le porzioni di codesta prosciutteria sono così scarse perché vogliono che ordini ancora dell'altro? A che ora chiude l'Asian Wok? I maschi giapponesi sono proprio tutti, tranne i saoshi, ipodotati e precoci, come si vede in tutti i film di quest'anno? Dopo Yatterman faranno anche la versione cinematografica di La banda dei ranocchi? Nel caso potrei propormi in qualche ruolo? E quella di Daitarn 3? A proposito, meglio Beauty o Reika? Ci piace Mizoguchi?
Questi sono gli interrogativi amletici che mi porto a casa dopo questa edizione del FEFF. Ne aggiungo ancora uno: sarà un caso che quasi nessuno di questi riguardi i film del festival? Dai, ancora un altro: posso chiedere ai boss del FEFF se mi fanno condurre un programma alla Marzullo, tipo "Cinematografo asiatico"? La risposta potrebbe essere una sola "Yeahhh!!!!". Ma da cosa si sono ispirati per il motto di quest'anno? All'esclamazione tipica di una donna giapponese quando ha, finalmente, incontrato un saoshi?
Quante domande. In fondo nella vita non ci sono certezze come sosteneva Eraclito, o forse era Confucio? Woody Allen diceva che le uniche cose sicure che abbiamo sono il sesso e il decesso, ma per i giapponesi, eccetto come sempre i saoshi, è meglio concentrarsi sul secondo, viste le figuracce che fanno con il primo. Per questo hanno elaborato una cerimonia funebre complessa come si vede in Departures. Ma io ho una terza certezza. Quest'anno, fuori dal teatro di Udine, non c'erano quei palloncini colorati che mi piacevano tanto! Sic!
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EMANUELE SACCHI (aka The FEF centerpiece; and pardon me if it's not enough)
Brandelli di ricordi dell'ultimo Far East, che in fondo è ancora near ma pare così far (east). Ricordi esili e innocenti come le sottili mutandine immortalate in Love Exposure, come i lineamenti della ragazza da un milione di yen, come quell'esile cordicella che separa il mondo di Miki Satoshi dalla follia escapista bella e buona. Questo per dire delle cose migliori che serberemo nel corazòn di un buon Far East, che resiste e riacquista un senso di anno in anno, attirando orde di persone, anche se paradossalmente la vecchia guardia si va sfaldando, distratta da altre sirene. Si sbagliano costoro. Il FEFF è più che mai necessario - dal suo incipit fino agli Yura Yura Teikoku che impazzano - ora che, per dirla con Ghostface Killa, "we separated the English from the Dutch, man": chi è salito sul carrozzone per farsi un giro e pavoneggiarsi è pregato di scendere, spazio ai duri e puri. A quelli che di Buppha ce n'è una sola, a quelli che "sei film indonesiani? Massì, perché no?", a quelli che "Ip Man, con la "a", non è mica un supereroe!", a quelli che "ma le piace Tarantino?", a quelli che pigliano a sassate i cani. A tutti voi, La-la-pipo, nel senso di "un zacco de ggente". Un altr'anno noi ci saremo. En attendant Rahtree 3.2, naturalmente.
(Queste righe sono state scritte sotto l'effetto di sostanze psicotrope mai sperimentate prima d'ora. L'autore è stato ritrovato con sguardo vitreo e inespressivo di fronte a uno schermo nero. Pare che le ultime parole pronunciate siano state "voglio saperne di più di Riri Riza e Chito Rono, aspetta che vado a recuperarmi i primi lavori...")
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