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di Leung Wing-Fai, Stefano Locati, Emanuele Sacchi


GIAPPONE


Always - Sunset on Third Street di Yamazaki Takashi
Il regista dei polpettoni fantascientifici Juvenile e Returner torna con un blockbuster dei buoni sentimenti ambientato nel Giappone post-bellico. In una Tokyo anni '50 completamente ricreata in digitale si dipana la storia corale di un gruppo di bambini e delle loro famiglie; una storia di sicura presa emotiva che punta sullo spirito di fratellanza e sulla buona volontà per superare le difficoltà. Pur amato fino alle lacrime da molti, e pur meritando una distribuzione nazionale nelle sale per il forte impatto visivo, rimane troppo squilibrato sul versante lacrimevole, con stereotipi caramellosi reiterati fino alla nausea.

Bitter Sweet di Meike Mitsuru (tribute to Meike Mitsuru)
Pinku eiga stranamente misurato che segue i drammi interiori di quattro persone nelle loro derive apatiche. Protagonista è una donna sul punto di sposarsi con un salaryman che si scopre insoddisfatta e si concede a un ristoratore in procinto di divorziare. Buono il tentativo di costruire uno sfondo psicologico alle scene di sesso, con un montaggio sofisticato e il realismo della quotidianità a fare da sfondo, ma la storia è ridotta all'osso fino alla banalità, scadendo nell'artificioso.

The Glamorous Life of Sachiko Hanai di Meike Mitsuru (tribute to Meike Mitsuru)
Toni da commedia scanzonata che incontra un gesto di dadaismo politico per un pinku eiga dall'impianto provocatorio, esiti folli e durata sopra la media: un cult già sulla carta, soprattutto quando si riesce a mescolare con tanta ribalderia sporcacciona una protagonista procace quanto basta, orgasmi multipli citando a casaccio frasi di Hegel o Kant e invettive anti-Bush (con un dito presidenziale rubato che si insinua in posti impensabili, controllato a distanza tramite il sistema satellitare!). Peccato che mezz'ora sia di troppo e sul finire il giochetto si faccia ripetitivo.

Imprint di Miike Takashi (special event)
Uno dei mediometraggi della fortunata serie tv Masters of Horror; l'unico assegnato a un regista non anglofono, e l'unico a non essere mai stato trasmesso da Showtime. Tra aborti, feti scaricati nel fiume, spilloni piantati nelle gengive e violenza sociale ai massimi storici, non è difficile capirne il motivo. Eppure, oltre agli inascoltabili dialoghi in un pessimo inglese e alla recitazione sbalestrata di Billy Drago, la causa scatenante potrebbe essere di natura cultural-politica. Miike infatti appronta un incubo doloroso fatto di colpe represse e soprusi sociali, proseguendo e amplificando il discorso sul doppio e sulla natura oscura del passato già iniziato nel cortometraggio presente in Three... Extreme.

Linda Linda Linda di Yamashita Nobuhiro
Disavventure quotidiane di una band liceale femminile che si sta preparando al concerto per la festa della scuola. A causa di litigi interni e defezioni per infortuni, il gruppo deve però trovare una nuova cantante: pur di non rinunciare a suonare, le ragazze ingaggiano una studentessa coreana che sta studiando in Giappone. Lei conosce poco la lingua e non è neanche particolarmente dotata, ma si getta nell'impresa con cuore. Un inno gioioso e ipnotico all'adolescenza e all'amicizia che crea una crepitante atmosfera d'attesa tramite la presa diretta di stampo documentario e l'implicito spirito punk. La canzone portante (Linda Linda, appunto, dal gruppo anni '80 Blue Hearts) diventa un tormentone da cantare nei giorni a venire.

Murder on D Street di Jissoji Akio (focus on Jissoji Akio)
A tre anni di distanza da A Watcher in the Attic, Jissoji torna a Edogawa Rampo e al detective "metafisico" Akechi. Nella Tokyo del 1927 la proprietaria di una libreria antiquaria con propensione al masochismo viene trovata strangolata. I sospetti principali cadono sul suo aiutante, il dominatore nei loro giochetti sessuali, e su un falsario cui la donna aveva commissionato la copia di alcune rare stampe. Le atmosfere cupe, claustrofobiche, i colori saturi con dominante blu e i rimandi degli specchi sono una costante; e rendono il film compatto e meticoloso, ma facilmente criticabile per una certa ripetitività. Comunque geniali i titoli di testa con i modellini della città in cartoncino.

Nana di Otani Kentaro
Tratto dall'omonimo manga di Yazawa Ai. Due ragazze dal nome identico si conoscono sul treno diretto a Tokyo e finiscono con l'andare a vivere nello stesso appartamento. Komatsu Nana è una ragazza acqua e sapone di una ingenuità spaventosa, Ozaki Nana una rocker malinconica e disillusa. I loro alti e bassi amorosi fotografano con perspicacia le palpitazioni adolescenziali e il nascere di un'incrollabile solidarietà femminile. L'espressione di sentimenti basilari e un pizzico di mielosa carineria non rovinano l'effetto rincuorante di una storia che evita gli stereotipi sugli opposti per raccontare la nascita dell'amicizia e il consolidarsi delle proprie aspirazioni tramite il confronto.

Rampo Noir di Takeuchi Suguru, Jissoji Akio, Sato Hisayasu, Kaneko Atsushi
Quattro diverse prospettive che aggiornano al gusto visivamente estremo del Giappone odierno il già perverso mondo di Edogawa Rampo (in alternativa spesso riportato come Ranpo). Apertura sulla scia di Tsukamoto: nella desolazione, rumore bianco e immagini mute alternate come in Vital. Jissoji gira con stile e raffinatezza da racconto gotico: gli specchi occupano l'intero episodio, un apologo su un Narciso che si spinge fino agli eccessi autodistruttivi di un Faust, tra luci e immagini raffinati, sottilmente inquietanti di un turbamento d'antan. Tornano due topoi rampiani come l'investigatore Akechi e gli eccessi ero-guro in Caterpillar, in cui, tra efferatezze fetish e sadomaso, l'imperatore del pinku Sato Hisayasu nasconde una riflessione anti-militarista non banale. Chiude Crawling Bugs, godibile e nerissimo divertissement che pare il veicolo ideale per l'istrionismo di un incredibile e onnipresente Asano Tadanobu, morbosamente ossessionato dagli insetti come ai tempi belli del Creepshow di Romero.

Shinobi di Shimoyama Ten
Nel diciassettesimo secolo, agli inizi dell'epoca Tokugawa, la lotta di due clan di ninja rivali fa da sfondo a un'impossibile storia d'amore tra due giovani, appartenenti alle fazioni contrapposte. Shimoyama sta dietro alle mode - una valanga di effetti speciali digitali, duelli spettacolari, caratterizzazioni prese di peso dai manga - ma non si dimentica del cervello: la storia è veloce, non diluita in inutili ricerche di stile, e l'attenzione è posta sulle derive sentimentali. In pochi comunque apprezzano appieno.

Sky Jumping Pairs - Road to Torino di Kobayashi Masaki e Mashima Richiro
Finto documentario su un fisico quantistico che per caso scopre uno strano fenomeno, subito battezzato "divisione in volo". Tramite una lunga catena di strampalati avvenimenti, gli esperimenti nel campo portano alla creazione di un nuovo sport, il salto con gli sci a coppie. Il professore cerca in tutti i modi di far accettare la nuova disciplina, fino a che, alle olimpiadi invernali di Torino... Girato con tecnica mista (parte riprese dal vero in stile documentario, opera di Kobayashi, parte in grafica digitale, opera di Mashima), il film è assolutamente fuori di testa, ridicolmente assurdo nel crescendo di invenzioni acrobatiche sciorinate, e per questo irresistibile. Demenziale, certo, ma smettere di ridere è improponibile.

Tokyo Zombie di Sato Sakichi
C'era molta attesa per l'esordio alla regia dello sceneggiatore di alcuni successi di Miike (Ichi the Killer, Gozu) e di un pugno di altri progetti (tra cui la delirante serie dei Fuccons). Le premesse erano allettanti: ispirata a un manga di Hanakuma Yusaku, la storia unisce un nugolo di zombie, il wrestling professionale (e altre arti marziali), un futuro post-apocalittico e un'ironia di taglio greve. Il risultato, però, è sotto tono. L'incipit è esplosivo, con Aikawa Sho e Asano Tadanobu, sgangherati meccanici in un'officina deserta, che si avvinghiano in pose da wrestler. Poi la rarefazione delle idee, il ritmo in calando e la ripetitività hanno il sopravvento, declinando verso la noia.

A Watcher in the Attic di Jissoji Akio (focus on Jissoji Akio)
Ispirandosi a un racconto di Edogawa Rampo già adattato nel 1974 da Tanaka Noboru, Jissoji assembla un concentrato denso e granuloso di morbosità, voyeurismo, sadismo e aberrazioni criminose. Negli anni '20, all'interno di un caseggiato popolare, un giovane annoiato non ha stimoli vitali. Almeno fino a quando non scopre un passaggio all'interno di un armadio che lo porta al solaio, da dove può osservare le vite segrete dei suoi coinquilini. Spiare però non basta: gli viene l'idea di dare la morte. Il film, cupo e claustrofobico, non è per tutti, ma racchiude ed esplica perfettamente l'estetica e l'etica ero-guro (erotico+grottesco).

When the Show Tent Come to My Town di Fukagawa Yoshihiro
Un'opera che si eleva sopra gli standard dei film giapponesi sui bambini. Almeno per una cosa, non prevede abbondanti dosi di ragazzini carini (anche se i giovani attori sono tutti eccellenti). Per di più c'è un lato cinico, oscuro della storia che sfrutta le insicurezze e le paure dell'infanzia, oltre che le ingiustizie della vita, aspetto a cui anche gli adulti possono relazionarsi.


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