Riadattando un racconto di Edogawa Ranpo, Maruo Suehiro si addentra nella psiche contorta di Hirosuke Hitomi, scrittore squattrinato ossessionato dalla realizzazione di una utopia paradisiaca in cui trovi sfogo la sua fantasia perversa. Con uno stile di disegno estremamente raffinato, caratterizzato dalla costruzione meticolosa delle inquadrature in tavole ariose e particolareggiate, Maruo precipita lentamente verso un'esplosione di costruzioni e soluzioni fantastiche al limite dell'onirico che mescolano spudoratamente eros e thanatos. Pur senza rinunciare agli slanci ero-guro per cui è noto, riesce a ricostruire alla perfezione le ambientazioni decadenti di inizio '900, cogliendo la sottile perversione delle storie di Edogawa sotto la patina di incubi gotici debitori di Edgar Allan Poe.
Esordio nel lungometraggio di Kobayashi Keiichi dopo pubblicità, video musicali e un paio di progetti in video, girato in un luminoso bianco e nero per cogliere le sfumature del presente che costantemente scolora nel passato. Un dramma adolescenziale minimale, in grado di costruire un microcosmo vibrante nella sua quotidianità spicciola, aperto allo stupore e alla scoperta del senso profondo dell'amicizia.
Alessandra Campoli è ricercatrice presso l’University of the West of Scotland (Paisley, a pochissimi chilometri da Glasgow) e ha viaggiato molto nel sud est asiatico per svolgere le proprie ricerche. Con Mae Nak sviluppa il suo discorso in maniera molto particolare, a metà strada tra il racconto di viaggio e il saggio. Il risultato è un volume scorrevole, fruibile e con molti elementi e dati di interesse.
Una delle prime opere di Nagai Go è arrivata in Italia in tre splendidi volumi della d/Visual, e rivela la modernità rivoluzionaria dell’autore. Pubblicata nel 1970 su Bokura Magazine (Kodansha), rivista su cui comparivano le storie di Kamen Rider e Tiger Mask, Guerrilla High è una serie dalle connotazioni molto violente, ai livelli di Abashiri Ikka, ambientata durante i moti del '68 e ispirata dal movimento studentesco che in quel periodo riempiva piazze e università. Non è la prima volta che l'autore di Devilman entra nel mondo scolastico giapponese: il suo primo grande successo è Scuola senza pudore (Harenchi Gakuen) del 1968, ma è l'unico caso in cui si fa rivoluzionario.
Sei racconti intrecciati a formare un romanzo polifonico e selvaggio con protagonisti sei discendenti della stirpe dei Nakamoto, portatori di un sangue stagnante e maledetto che li condanna invariabilmente a una bellezza struggente e a una fine prematura, preferibilmente violenta. A fare da collante è la voce di zia Oryu, vecchia levatrice che ha fatto nascere ciascuno di loro e che osserva dalla distanza, senza giudicare, il loro progressivo inabissamento. Un ritratto spietato e mistico di un Giappone segreto, spesso taciuto, che richiama nella prosa libera il ritmo del jazz e la Beat Generation, nei toni enigmaticamente insondabili e violenti William Faulkner, e nella volontà entomologica i romanzi di Oe Kenzaburo.
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Fukasaku Kenta, convinto fautore di una rilettura del cinema di genere in chiave pop, cambia apparentemente tenore con un film motivazionale, ispirato a una storia vera, su un gruppo di studenti universitari giapponesi che in piena solitudine decide di raccimolare i (tanti) soldi necessari a costruire una scuola in Cambogia. In realtà il taglio impegnato e realista, che segue con empatia le difficoltà, i ripensamenti, i malumori e le gioie degli amici impegnati nell'impresa, continua quell'indagine in filigrana sui giovani iniziato sottotraccia nella saga di Battle Royale (2000-3), o nei film più strampalati come X-Cross (2007) e Black Rat (2010), solo con intento formativo più evidente.
Tre cineasti - regista, produttore e una assistente di produzione pressoché muta - sono impegnati a ideare un film che sappia cogliere gli aspetti più scabrosi e deprimenti della vita nelle baraccopoli di Manila, inclusi traffico di minorenni, povertà estrema, assenza di moralità. Il loro scopo, è subito chiaro, non è propriamente artistico: più drammatizzano la storia, più possibilità pensano di avere per partecipare a festival internazionali, forse persino agli Oscar. Una satira che prende ferocemente in giro il recente cinema ultrarealista e pauperista filippino, ormai perso - questa l'accusa - nello sfruttamento delle disgrazie altrui solo per aumentare la propria visibilità.
Non un vero e proprio libro, ma un esperimento di un rivista che vada a studiare il cinema cambogiano, questo è Kon - The Cinema of Cambodia. Un esperimento tanto più prezioso e interessante, vista la difficoltà di reperire studi articolati, siano essi in inglese o francese, sulla produzione cambogiana. Coordinatore di questo mirabile progetto è Tilman Baumgärtel, già curatore di un volume molto particolare sui rapporti cinematografici tra Filippine e Germania, edito dal Goethe Institut di Manila.
L'esordio nel lungometraggio di Joseph Israel Laban, giornalista e filmmaker indipendente che ha studiato a New York, descrive frontalmente il traffico di droga tra Filippine e Cina, a partire dai corrieri che si introducono panetti in corpo per superare i controlli di frontiera. L'estetica pauperista e la sistematica ricerca del degrado vorrebbero ricreare un effetto documentario, ma l'esposizione di bassezze e povertà sono esasperati in modo programmatico e freddo, fino al parossismo caricaturale.
Thriller giornalistico basato su tesi cospirazioniste che si rifà nell'impianto a classici hollywoodiani come Tutti gli uomini del presidente (1976) o Il rapporto Pelican (1993). Park In-je, al suo esordio nel lungometraggio (sorprendentemente, per come è in grado di gestire i tempi), parte da un caso inventato che prende il via nel 1994 per costruire una storia incredibilmente verosimile nel clima di corruzione e incroci di interessi lobbistici che era la Corea da poco uscita dal periodo delle dittature. Malgrado il titolo, i riferimenti al romanzo di Herman Melville non stanno nell'intreccio, ma nell'ossessione di fondo del singolo di fronte all'insondabile, in cui il grande cetaceo (che si scorge in alcune sequenze oniriche del film) diventa matafora di un potere gigantesco e inarrestabile, in grado di fagocitare ogni cosa.
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