Nato a Bangkok nel 1947 da una ricca famiglia di origini nobili e cresciuto in Inghilterra, Tew Bunnag ha studiato economia e cinese alla Cambridge University. Appassionato di arti marziali, ha praticato e insegnato tai chi, su cui in passato ha scritto anche dei saggi. La compresenza di punti di vista così diversi gli permette di avere uno sguardo unico, al contempo interno ed esterno, sulla natia Thailandia, in grado di mostrarne tutte le intricate contraddizioni. Il viaggio del Naga, scritto originariamente in inglese e qui tradotto da Massimo Morello, espone queste contraddizioni con acume e profondità, ma è anche capace di far emergere la forza solare e gentile di un popolo in cui convivono modernità e tradizioni antiche, richezza e una povertà desolante.
L'idealista Kang In-ho si appresta a insegnare in una scuola per sordomuti nella provincia di Gwangju, ma le sue aspettative si infrangono di fronte a una drammatica realtà di maltrattamenti e brutalità. Dapprima timoroso di intervenire di fronte a ciò che vede, Kang trova il coraggio di agire nel momento in cui scopre verità ancor più orribili su quel che succede negli uffici del preside della scuola.
La trasposizione del peculiare manga di Yamazaki Mari, presentata in anteprima mondiale al Far East Film Festival di Udine, è una commedia disinibita e sbarazzina che nella sua formulaicità dichiaratamente commerciale riesce a strappare più di una risata. Takeuchi Hideki, già regista della serie tv e dei lungometraggi di Nodame Cantabile e della mini di Densha Otoko, mescola con divertita gigioneria richiami all'impero romano e moderne tecnologie dei bagni giapponesi, in una commistione bizzarra e inusuale. I difetti sono evidenti, primo su tutti una certa inesportabilità del prodotto, ma nel complesso Thermae Romae rimane uno spiazzante esempio di dislocamento culturale.
Daniele Sestili studia da oltre vent'anni l'Asia orientale, in particolare il Giappone, e insegna Etnomusicologia dell'Asia presso la Facoltà di Studi Orientali dell'università di Roma La Sapienza. In questo volume indaga "le tradizioni musicali della regione est-asiatica nel tessuto culturale di cui sono una parte integrante" (p. 17), concentrando la sua attenzione su Cina, Giappone e Corea - come ricorda il sottotitolo del libro, Gli scenari contemporanei di Cina, Corea e Giappone - integrando quando utile con le tradizioni di Mongolia e Vietnam. Si tratta di uno studio complesso e appassionato, indispensabile per iniziare ad avere uno sguardo completo sull'argomento, in grado di offrire un'introduzione alle identità musicali dell'area sia negli elementi comuni, con similitudini e influenze reciproche, sia nei tratti peculiari di ciascun paese, arricchito peraltro da un cd musicale d'accompagnamento e da numerose fotografie esplicative.
Furuya Usamaru è un mangaka eclettico, che può passare dall'ambientazione storica al fantastico, dall'horror alla commedia adolescenziale, ma con una propensione verso i lati più oscuri e deragliati della psiche, nell'esposizione di violenza e sessualità alla base dei rapporti umani. In Italia è uscito per Ronin Manga il suo 51 modi per salvarla, in cinque volumi, tentativo più popolare rispetto agli esordi underground, che racconta di una catastrofe che colpisce Tokyo. Mentre le sue opere più rappresentative, come Marie no kanaderu ongaku (2001) o Litchi Hikari Club (2006) rimangono ancora inedite, Goen presenta il volume unico Happiness, raccolta di otto racconti che spaziano dal pulp all'erotico, passando per surreale e slice of life.
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Lui, Nam-soon, non prova dolore fisico e recupera crediti, lei, Dong-hyeon, è malata di emofilia e piena di debiti. Tragedie del passato e del presente per due vite condannate all'infelicità che riescono, nell'amore, a ritrovare un barlume di senso dell'esistenza. Forse effimero.
Un'ode alla violenza da strada che unisce la furia nichilista di Outrage (Kitano Takeshi, 2010) alla sfrontata patina cool dei giovani teppisti stile Crows Zero (Miike Takashi, 2007). Gu Su-yeon, giapponese di origini coreane, imbastisce uno scontro permanente a partire da un suo libro semi-autobiografico: sotto le apparenze di ritratto della gioventù deragliata contemporanea nasconde un attacco alla staticità di un sistema sociale che nega l'individualismo e le differenze interne, puntando all'appiattimento alle regole precostituite. I figli di immigrati coreani - già indagati nelle varianti giovanilistiche in film come Go (Yukisada Isao, 2001) o We Shall Overcome Someday/Break Through!/Pacchigi! (Izutsu Kazuyuki, 2004) - si fanno di nuovo protagonisti, in una spirale discendente di rifiuto della sottomissione e del comune denominatore comunitario.
Leafie rappresenta a oggi il più grande incasso per l'animazione coreana: dopo il successo di My Beautiful Girl Mari (Lee Seong-gang, 2002) o Wonderful Days (Kim Moon-saeng, 2003), e l'eclettico umorismo di Aachi and Ssipack (Jo Beom-jin, 2006), è la dimostrazione che anche produzioni locali di paesi senza una grande tradizione nell'animazione possono arrivare a competere a livello internazionale - si veda ad esempio anche il malese Seafood (Goh Aun Hoe, 2011) - arrivando a essere distribuiti persino nella lontana provincia italiana. Storia di maternità e crescita tratta da un libro per l'infanzia di Hwang Seon-mi, l'esordio nel lungometraggio di Oh Seong-yoon è dolce, caparbio e dalla narrazione solida, nonostante i toni eccessivamente melodrammatici di alcuni passaggi.
Il tratto dettagliato e maniacale di Boichi precipita figure eteree nell'apocalisse prossima ventura, in un riuscito arabesco che mescola spiritualità, millenarismo, complotti religiosi e fine del mondo partendo da un ritratto apparentemente intimo e quotidiano di una famiglia giapponese. I testi di Yajima Masao riescono a convogliare pensieri sulla divinità ebraici, cattolici, gnostici e catari in un calderone a tratti avventato, ma dettagliato nelle sue diramazioni e implicazioni, verso un nuovo ordine mondiale di guerra religiosa in cui gli "dei" tornano a camminare sulla Terra. Un manga articolato, anche se purtroppo squilibrato: se i primi tre volumi creano l'ambientazione in tutte le sue sfumature, dai rapporti intimi tra i protagonisti al disegno globale, gli ultimi due fanno precipitare gli eventi troppo velocemente, tradendo la meticolosa costruzione precedente in un racconto affrettato che avrebbe meritato maggior respiro.
Commedia romantica corale interessante più per il contesto produttivo e le pratiche distributive che per il contenuto debitamente zuccheroso. Doze Niu, attore taiwanese attivo dagli anni '80 che ha esordito alla regia con il bizzarro What on Earth I Have Done Wrong? (2007) e si è confermato con il campione d'incassi Monga (2010), si prodiga in un film a incastri pan-cinese, impegnato a unire neanche troppo metaforicamente Taipei e Beijing col filo rosso della passione. Co-prodotto dai due paesi e distribuito in due versioni leggermente differenti (pare quella cinese sia più corta di una decina di minuti), rappresenta un punto d'arrivo della recente politica di distensione, commercialmente più rappresentativo rispetto ad altre collaborazioni recenti, come Kora, di Du Jiayi, e Great Wall My Love, di Emily Liu.
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